Alla chiesetta di  San Michele

  Le due bianche costruzioni che si stagliano sulle rocce sopra il paese costituiscono, per i Fonzasini, specialmente per quelli sparsi nel mondo, lo stemma della loro terra. Suscitano anche la curiosità dei passanti, molti dei quali vorrebbero salire fin lassù. In realtà la passeggiata verso San Michele è molto più agevole di quanto sembri: si tratta di circa un quarto d’ora di cammino in leggera salita, con qualche tratto più ripido solo verso la meta. Il percorso, costituito da un ampio sentiero ben curato e mai esposto, può essere fatto anche nella calura estiva, perché quasi tutto ombreggiato. 
 
La partenza può avvenire dalla piazzetta di Lucco, a monte della piazza della Chiesa: la mulattiera inizia dal “Cristo” e sale subito verso i vigneti. Si resta sempre sulla destra e si giunge, in pochi minuti, ad un secondo “Cristo”, proprio sopra la Casa di Riposo.  

 
Allo stesso punto si arriva, con maggior comodità, partendo dalla piazzetta dove termina la via Vigne. Da qui si devia sulla sinistra e, prima quasi in piano e poi con una salita che diventa sempre un po’ più ripida, tra vigneti e boschi di cassie (robinie) e di frassini, si arriva ai piedi della roccia, per l’ultimo “strappo”. Sulla sinistra del sentiero un segnale indica il viottolo che porta alla palestra di roccia, dedicata a R. Morlin, un giovane fonzasino appassionato della montagna, morto per una slavina sulle Tofane alcuni anni fa. Si tratta di una parete alta una ventina di metri, che i rocciatori del feltrino utilizzano per l’insegnamento e per l’allenamento primaverile, prime delle uscite sui monti più impegnativi. La roccia è tutta segnata dai vari percorsi, su spigoli, diedri, pareti piane: si notano anche i chiodi fissi per la discesa a corda doppia e per la sicurezza. Se vi sono scalatori in allenamento, si possono osservare da vicino le varie tecniche alpinistiche, che sono spesso spettacolari. 
Ritornati sul sentiero per San Michele, che qui diventa abbastanza ripido, in qualche minuto si  arriva alla cengia su cui sorge la chiesetta di San Michele ed al “covolo” dove è annidata la bianca casa merlata (il “castello”), con la sua campanella.

   Il panorama che si gode da lassù è ampio e molto bello: si vedono le montagne che circondano la valle (Aurin, Tomatico-Peurna-Monte Santo, Roncon-Col de Baio, Vallorca); si ha ai propri piedi il paese di Fonzaso e tutta la sua vallata, con la campagna, frazionata in mille fazzoletti di terra variamente coltivati, le frazioni di Frassené ed Agana, oltre l’ampio greto del Cismon, Arten e le varie frazioni di Seren del Grappa...

   Non si sa di preciso quando sono state costruiti i due piccoli edifici, che, secondo una tradizione locale, sono sorti nella zona dell’antico castello della famiglia Fonzasia, distrutto per decisione del Senato della Repubblica Veneta nel 1521. La Chiesetta, dedicata a San Michele, è addossata direttamente alla roccia. Sull’altare una pala, di autore sconosciuto, che l’umidità, il tempo e i “restauri” hanno molto danneggiato, rappresenta l’Arcangelo che combatte con Lucifero e lo schiaccia. L’ambiente è abbastanza malridotto, a causa dell’umidità; spesso poi cadono dall’alto sassi e ghiaccioli che rovinano il tetto.

   La casetta merlata, posta in un incavo (covolo) della roccia, nei secoli passati e fino a qualche decennio fa, ha avuto un’importante funzione. Nella storia del paese di Fonzaso sono stati numerosi gli incendi disastrosi, che hanno devastato le abitazioni, costruiti in legno e con il tetto di paglia o di scandole. La gente perciò, secoli fa, istituì un servizio di vigilanza: in una posizione dalla quale poter controllare il territorio, fu costruita una abitazione  per “il guardiano del fuoco”, che doveva dare l’allarme con il suono della campanella non appena fosse stato visibile un principio di incendio. E al suono della campanella la gente abbandonava, compatta, campi e lavori per accorrere in soccorso. Per il suo servizio di vigilanza a favore di tutta la comunità, il custode di San Michele aveva diritto di effettuare una questua specifica: ed ogni famiglia doveva contribuire al suo mantenimento con una “minella” (circa 2 kg) di farina di granoturco. Attualmente il custode di San Michele continua a vigilare; e la campanella, ogni mattina alle sei ed ogni sera alle 18, suona ancora l’Ave Maria, per scandire la giornata, antico ricordo di un tempo e di una economia diversi ed ormai molto lontani. 
Gli alberi che si possono osservare accanto alla casetta di San Michele e quello molto vecchio ed imponente davanti alla chiesetta appartengono ad una specie non molto comune nella nostra zona: sono Bagolari (Celtis Australis). Si tratta di alberi che non sopportano i freddi intensi; nella zona riparata e ben esposta di San Michele, evidentemente, il clima non è mai troppo freddo; lassù infatti fioriscono prestissimo le viole, quando la valle è ancora ricoperta di neve: S. Sebastiàn (20 gennaio)  có la viola in man... 

  I bagolari sono molto longevi  e vivono in ambienti aridi, poveri, sassosi; le radici, robuste e molto sviluppate, penetrano nelle fessure delle rocce, sgretolandole.  Il legno è duro ed elastico ed un tempo era usato per attrezzi resistenti: remi, raggi per ruote, incastri, fruste, bastoni da passeggio (le “bagoline” del dialetto locale). I frutti, simili a ciliege, sono commestibili.
  Osservando gli uccelli, frequenti in quest’area, quando, accostati alle rocce, planano e quasi restano immobili, senza battere le ali, si capisce perché il monte Avena sia così adatto per il parapendio e il deltaplano: gli uccelli infatti, per istinto, sanno sfruttare le correnti ascensionali, qui molto vivaci; e certamente dalla osservazione delle planate degli uccelli l’uomo ha imparato il volo libero. 

  
Sulle pareti rocciose ad Ovest di S. Michele nidifica ancora il passero solitario (Monticola solitarius), che non è un passeriforme, ma un turdide, come il pettirosso, i tordi, il merlo, al quale assomiglia, dal canto molto melodioso; è ormai rarissimo nelle nostre plaghe (la più vicina stazione in cui è possibile ritrovarlo è in Valsugana, nelle pareti rocciose a nord di Tezze).

                Viene spontaneo il richiamo poetico leopardiano:

                                 D’in su la vetta della torre antica

                                Passero solitario, alla campagna

                                Cantando vai finché non more il giorno;

                                ed erra l’armonia per questa valle...

  Si tratta di un uccello dal corpo grigio-azzurro uniforme; le ali e la coda sono bruno-nerastre; la femmina è invece bruno-bluastra superiormente e più chiara di sotto. Vive in zone montane rocciose e nude, con alberi e cespugli sparsi. E’ sempre in movimento: salta e si arrampica sulle rocce, saltella e corre sul terreno; ogni tanto si immobilizza e gonfia il piumaggio. Nel volo batte rapidamente le ali, si sposta con rapidi movimenti diritti, con picchiate che lo portano a sfiorare il terreno. Caccia piccoli insetti, ma si nutre anche di bacche e frutti selvatici.  
Non sfugge se il suo habitat è frequentato dall’uomo; se ne sta invece separato dagli altri uccelli.
       Abbastanza frequente invece il picchio muraiolo (Tichodroma muraria), che si arrampica con leggerezza ed agilità sulle pareti strapiombanti, aiutandosi con le ali. Ha un volo caratteristico, lento, simile a quello di una farfalla (ed è conosciuto anche con il nome di “Farfalla di roccia”). 
Invece è diventata ormai rarissima la coturnice (Alectoris graeca saxatilis), un tempo non  lontano molto comune e trofeo ambito dai cacciatori; è scomparsa perchè ormai non esiste più il suo habitat: prati falciati, vigneti ben puliti, ghiaioni: tutto è ormai sommerso dall’avanzare inarrestabile del bosco.