Nonno Gildo
Possedeva una "casera", chiamarla baita come si usa oggi mi sembra
eccessivo. Era una casera e basta, inutile tergiversare. Una stanzetta di
tre metri per tre sotto, un'altra uguale sopra, pietra viva fuori e dentro.
Un focolare con il suo camino. Porta e finestre fatte in qualche modo. Tetto
di pietre.
Una tettoia appoggiata su un fianco della casera, tetto di vecchie lamiere,
residui della prima guerra mondiale. Tre capre dentro.
Cesso, tre o quattro abeti più in là. Era una fossa con sopra
due tavole di traverso, il tutto protetto da un casottino costruito con rami
intrecciati, per tetto un'altra lamiera.
Abeti, ed ancora abeti tutt'intorno, qualche faggio per rompere la monotonia.
Il sentiero che passava lì vicino era ripido, fiancheggiato da cespugli
di noccioli, rovi di more e rosa canina. Percorrerlo era faticoso, veniva
da pensare a chi secoli prima, aveva iniziato quel percorso, non poteva che
essere giovane e pieno d'energia. Cento metri oltre la casera, percorrendo
il sentiero si giungeva sulla cima di un colle. Sembrava la testa di nonno
Gildo, l'abitante della casera, sopra pelato e intorno, la corona dei capelli.
Verdeggianti vallate tutt'intorno, in alto le Dolomiti svettanti quasi a toccare
il cielo azzurro.
Questo era il paradiso di nonno Gildo e che fosse un paradiso lo sapeva pure
lui, in modo particolare ora che la grande guerra era finita da qualche anno."
Non mi piace più vivere giù in paese", andava pensando
mentre seduto sul ciocco, fuori della porta mangiava la polenta, dopo averla
ripetutamente schiacciata ed appallottolata con la mano, un boccone di polenta
ed un pezzettino di formaggio caprino, poco perché andava risparmiato.
Giù in paese, finita la guerra, era cambiato tutto. Moltissimi uomini,
più o meno giovani, non c'erano più.. Gli anziani erano morti
di stenti e di fame, quel millenovecentodiciotto aveva ripulito il paese.
Pellagra e spagnola avevano fatto da padrone, la mancanza totale di cibo spingeva
la gente a nutrirsi di tutto quello che presumibilmente poteva essere commestibile,
una pannocchia era una ricchezza, così pure una patata. L'erba, solo
quella risaputa da tutti velenosa non veniva raccolta e così i prati
erano passati al setaccio.
Non era bastata la guerra, le armi, ad uccidere tanti giovani, adesso la decimazione
la faceva la fame, conseguenza sempre della guerra.
La capra più vecchia, quasi comprendesse i pensieri tristi del padrone
gli si avvicinò leccandogli la mano che teneva il formaggio e sapeva
di sale. Gildo si scosse ed accarezzò la capra sulla testa. "Brava
Vecia, avevo proprio bisogno di distrarmi da queste tristezze, ora andiamo
sul colle e potrai brucare erba e rametti verdi".
Chiamò le altre due capre, Tosa e Bela e salì sul colle. Andò
a sedersi di fianco alla sorgente, sul muretto che suo padre aveva costruito
per proteggere quella vena d'acqua, poca per la verità, ma bastava
ed era anche troppa per le sue esigenze. Dei tronchi d'albero scavati e posati
uno dopo l'altro, portavano l'acqua di sotto, vicino alla sua "casera".
Con le pietre lui aveva costruito una bella vasca, abbastanza grande per avere
una certa scorta d'acqua, in particolare per le capre. Aveva così sostituito
la piccola vasca a forma di catino, scavata per terra nella roccia, costruita
dal padre o forse dal nonno. Nella nuova vasca un giorno di gran calura, aveva
pure fatto il bagno lui stesso, immergendovisi tutto.
Erano anni che non faceva un bagno completamente nudo ed immerso nell'acqua.
Dopo la guerra, nel torrente, giù al paese, si era pure lavato con
il sapone ed asciugato al sole. Sembrava avesse voluto, con quel rito, togliersi
via la guerra dalla pelle.
Seduto sul muretto al tepore del sole, quasi si appisolava, non sarebbe stata
la prima volta ma non voleva cadere nel sonno, nell'oblio, voleva ricordare,
viaggiare a ritroso con il pensiero, anche se sarebbe stato doloroso.
Quel posto gli ricordava i suoi figli ancora bambini che lui portava con sè
in montagna.
Gli voleva un bene dell'anima ma doveva essere brusco e pretendere che lavorassero.
Sapeva che gli attendeva una vita dura e tanto valeva che fossero pronti ad
affrontarla. Qualche volta, anche lui ne rimaneva sorpreso, si trovava ad
accarezzarli posando la sua mano sulla testa e subito la ritraeva come vergognandosi.
E non aveva ancora trent'anni.
I ricordi vanno e vengono, sono come foglie portate dal vento che turbinano
attorno, si fermano per un attimo, si fanno quasi toccare e scappano via,
lasciando il posto ad altre.
Ricordò il giorno più brutto della sua vita. Aveva portato i
figli a vendemmiare nei campi di un ricco signore del paese, dove lui spesso
era chiamato per qualche lavoro. Avevano allora uno sette e l'altro otto anni.
Li controllava da vicino, i cesti pieni d'uva li trasportava lui fino al tino
caricato sul carro. Il padrone voleva che tutti cantassero, che fosse festa,
così almeno sembrava. Gildo sapeva che se si canta non si mangia uva.
N'ebbe conferma quando vide la mano del signorotto che calava sul viso di
Nico, il figlio più piccolo. Allora gli si annebbiò la vista,
non capì più nulla e vide il suo pugno che andava a finire in
faccia al signorotto. Lo ritirò macchiato di sangue e se lo guardò
stupito.
Ancora più stupito ed incredulo e come paralizzato per una simile impossibile
reazione, rimase il signore grondante sangue. Era annichilito, non poteva
credere che quell'uomo, quel servo, fosse arrivato a tanto, suo nonno non
avrebbe esitato ad ammazzarlo lì, all'istante e nessuno sarebbe intervenuto.
Ora però, in questi tempi, Francesco Giuseppe non permetteva abusi,
il Regno d'Italia era a pochi chilometri e bisognava accontentare anche il
volgo, evitare trasgressioni da ambe le parti.
Gildo capì che per lui non c'era più lavoro in paese ed il mondo
finiva attorno ad esso. Non era nemmeno un buon cristiano ed anche l'arciprete
si sarebbe fatto convincere dai due o tre signori del paese. Lo avrebbero
come minimo fatto richiamare sotto le armi, l'Impero Austroungarico aveva
molti confini da guardare.
"Prima che il mondo sappia e provveda" pensò Gildo, "vado
in America". Detto e fatto. Riuscì ad avere i permessi in tutta
fretta, aiutato dal Messo Comunale, suo amico e lontano parente. Una settimana
più tardi era a Genova e si imbarcava su una vecchia nave.
Ricordava che nei giorni che precedevano la partenza, non dormiva per la paura
e per il dolore di dover lasciare la moglie ed i figli, era un uomo di buoni
sentimenti, e questo non gli giovava in quei tempi difficili, dove la vita
era piena di spigoli e come ti muovevi ci battevi contro, bisognava essere
più duri degli spigoli, senza tanti sentimentalismi.
La solita Vecia gli andò vicino e si strofinò sulla sua gamba,
lui allungò la mano, si appoggiò sulla schiena della Vecia e
si lasciò scivolare sul prato a sedere, appoggiando la schiena al muretto.
I sassi gli trasmettevano un piacevole tepore alla schiena, come la stufa
d'inverno, volle lasciarsi andare e si addormentò.
Sognò il mare, i delfini ed altri grandi pesci che seguivano la nave
nutrendosi di tutto quello che era lanciato fuori bordo. Non riusciva a parlare
con nessuno e nessuno capiva lui, non era come al suo paese, qui comunicare
era difficile.
Un giorno, era passato più di un mese, decise di farsi intendere a
tutti i costi, magari aiutandosi con le mani. La sua branda confinava con
quelle di due uomini, molto più maturi di lui. Gli avevano detto che
loro erano toscani, ma lui non conosceva le regioni. Allora uno di loro prese
uno stivale e lo appoggiò sulla branda dicendo: "Questa è
l'Italia, d'accordo? Tu sei quassù, noi qua" ed indicarono pressappoco
dove si trovava la Toscana. Gildo ebbe come un'intuizione e disse "Firenze
o Roma", "bravo gli dissero, ora ci siamo, Firenze".
Erano due brave persone e prima di arrivare a New York gli avevano insegnato
a dire: thank you, job, bread, dormitory, christian. "Bravo Gildo, vai
tranquillo" gli dissero, "con queste cinque parole puoi conquistare
l'America, fa solo attenzione ad usare l'ultima con cautela".
La statua della libertà si profilò all'orizzonte in tutta la
sua grandezza, era un dono della Francia all'America fatto nel 1886.
I due toscani si guardarono e dissero a Gildo: "Vieni con noi, sappiamo
dove andare e ti daremo una mano".
La mano gliela diedero, lui mai si dimenticò quelle due persone. Furono
la sua fortuna.
Lo condussero nei sobborghi di New York a Newark dove lavoravano loro stessi,
un grosso deposito di marmi, grandissimo, con blocchi e lastre di marmo di
tutti i colori.
Parlarono con il loro padrone e lo fecero assumere. Una baracca che per metà
era tettoia, fu la sua dimora.
Non capiva molto di quel lavoro, ma la sua sensibilità lo portò
presto e meglio di molti altri ad inserirsi con profitto nel lavoro. Era di
costituzione robusta e così bene non aveva mai mangiato in vita sua.
Stupiva tutti per la sua agilità e la forza fisica.
Ogni tanto, raggranellata una buona somma di denaro, la inviava al suo paese,
alla moglie.
Un giorno uno dei suoi amici toscani lo convinse ad andare in palestra per
imparare la box, Non era cosa per lui, lo sapeva ma non voleva offendere l'amico,
troppo gli doveva. Ogni tanto tentava, un po' scherzando ed un po' seriamente,
di smettere. Oramai era sotto la protezione dell'allenatore e tirarsi indietro
non era più possibile.
Circolavano anche brutti ceffi in quell'ambiente e qualche volta bisognava
dare ascolto e scendere a compromessi con loro. Gildo non capiva perché
ogni tanto gli dicevano che doveva perdere. Pensava: "Essere troppo buoni
si finisce così, alla merciè degli altri".
Gli anni passarono, iniziò la carriera di pugile, quando sferrava un
pugno pensava a quel famoso pugno, ogni tanto si distraeva per guardare se
c'era sangue sul guantone, così lo mettevano K.O.
Arrivavano lettere dal suo paese, parlavano del nuovo campo, attraversato
dal ruscello. Della montagna con la loro vecchia casetta, della mucca e della
capra appena acquistate con i suoi soldi da poco ricevuti. Si lavorava sodo
ma era roba loro ed era bello anche sudare. Gli animali erano fonte di nutrimento
per loro e scambio di cibo, con il latte in sovrappiù. L'America aveva
tolto dalla povertà la sua famigliola.
La nostalgia lo divorava, non poteva tirare di box in quello stato d'animo.
"Ve lo avevo detto che non era cosa per me" ripeteva spesso ai suoi
due amici.
Successe che la cosa più brutta che possa esistere al mondo, venisse
in soccorso di Gildo. La guerra.
Gildo tornò in Italia con una nave a vapore ed impiegò solo
quindici giorni, sbarcò a Napoli, non si impressionò più
nè delle città nè della gente, anzi gli pareva tutto
piccolo e triste, salvo i napoletani.
A questo punto si svegliò, il sole era calato e c'era una brezzolina
ristoratrice.
Si guardò intorno e si dimenticò la tristezza e l'angoscia che
sempre l'accompagnavano.
A confortarlo c'era la natura e lui era immerso in essa. Il sole iniziava
a tramontare e le montagne si tingevano di rosa, ora tenue ora intenso. Nuvolette,
come merletti di delicata fattura si sfaldavano nel cielo azzurro cupo. I
prati sui pendii e sulle collinette, parevano tappeti verdi, messi lì
per camminarci sopra, per non far rumore e disturbare il canto degli uccelli.
Gli abeti svettanti, diritti, alti nel cielo, sembravano candele accese dagli
ultimi raggi del sole che sfioravano le loro cime. Tutta quest'ineffabile,
delicata, meravigliosa bellezza commuoveva Gildo e nello stesso tempo lo rincuorava.
Quel Dio della Natura permetteva che anche lui fosse parte integrante di quel
quadro immenso, si sentiva così protetto, sicuro che qualcuno lo amava.
Fece ritorno, con le sue capre, alla casera, aveva fatto un po' tardi, la
frescura del bosco portava umidità, accese il fuoco. Si guardava attorno
e gli sembrava di vedere ancora i suoi ragazzi affaccendati ad affilare le
loro falci, o a mettere qualche chiodo sulle scarpe con la suola di legno.
Erano bravi e si adattavano anche a lavare gli stracci che usavano come calzettoni.
Quel giorno che lui arrivò in paese fu una gran sorpresa per tutti.
La gente aveva visto com'era cambiata la sua famiglia ed immaginava e fantasticava
sulla fortuna fatta da Gildo. Anche i signorotti del paese, compreso quello
dal pugno sul naso lo rispettarono, capivano che aveva qualcosa in più.
Non ci fosse stata la maledetta guerra, sarebbe vissuto da signore, per quei
tempi, ma a lui questo poco importava.
L'Europa era come un pentolone in ebollizione, tutti volevano rivendicare
qualche cosa. La scintilla partì dall'assassinio di un Duca a Serajevo,
era il mese di Giugno del 1914. L'Austria incominciò subito ad invadere
la Serbia. La Germania se la prese con la Russia, la Francia, il Belgio. L'Inghilterra
con la Germania. Non parliamo poi della Turchia, Bulgaria, Ungheria e delle
colonie della Germania in Africa.
L'Italia sino allora neutrale, nel 1915 dichiarava guerra all'Austria, il
che significava a mezza Europa poichè era l'Impero Austroungarico.
Arrivarono anche gli Americani. L'Italia rivendicava, giustamente, Trento
e Trieste ed il tre Novembre del 1918, cessando ogni ostilità da parte
dell'Austria, se le riprese.
Il re Vittorio Emanuele III° compiacendosi, visitò città
e paesi riconquistati, la maggioranza della gente però, non era altrettanto
contenta.
Tutta questa descrizione sembra quasi un gioco, ma costò centinaia
di migliaia di morti. Nonno Gildo lo sapeva e piangeva ancora i suoi: Tonio
e Nico, morti al fronte e la moglie Agnese morta di spagnola
Successe nell'anno del suo arrivo in paese, i ragazzi furono richiamati alle
armi, avevano già fatto il servizio di leva, allora era di tre anni.
Erano tornati da poco e dovettero ripartire. Non combatterono in Italia, essendo
loro stessi italiani furono inviati in Francia sulle Ardenne, dove cruenta
era la guerra. Furono vittime delle loro stesse armi, se arma si può
chiamare il gas. Gli austriaci lo usarono, solo che la brezza cambiò
direzione ed investì chi lo aveva maldestramente liberato. Le maschere
non servirono.
Agnese morì nell'ultimo anno di guerra, l'anno della grande fame, così
fu chiamato il 1918.
Nonno Gildo aveva visto il mondo, vissuto una vita intensa, ma le cose più
care non c'erano più. Pensava che raggiungere i suoi cari e l'oblio,
sarebbe stata una liberazione.
Quella sera, al tepore del focolare, riempì di ricotta fresca le formette
in vimini che lui stesso aveva intrecciato e le posò sulle mensole
del camino per farle affumicare dalla legna resinosa che bruciava sotto. Dieci
giorni e sarebbero state perfette.
Nonno Gildo continuò a vivere come era vissuto prima di recarsi in
America, era un uomo semplice. Sapeva che il mondo era abitato da una moltitudine
di uomini come lui, con le loro storie, le loro angosce, vittime di soprusi
e prepotenze. Sapeva anche che il mondo stava cambiando e la povera gente
avrebbe visto un po' di giustizia.
LUCISTEFAN
|
|||||