La
vita in paese, dai racconti
delle mie vecchie zie e miei
Non era ancora il 1861, mancavano pochi anni all'unità d'Italia.
Alla gente dei nostri paesi poco importava appartenere al Regno Lombardo Veneto
di Francesco Giuseppe o all'Italia unita. Levato il sindaco, il cerusico,
l'arciprete, la maestra e mettiamoci pure lo speziale e quei due o tre ricchi
possidenti con qualche titolo nobiliare, gli altri, i poveri, che erano il
resto della popolazione, non percepivano il prossimo imminente cambiamento,
non ne erano interessati, magari speravano. Sì, speravano che con il
nuovo Stato d'Italia avrebbero perlomeno potuto avanzare una fetta di polenta
per la sera e magari anche un po' di latte o del formaggio, i bambini molte
volte andavano a letto senza cena, non perché erano in castigo, ma
perché c'era proprio poco da mettere sotto i denti.
L'aspirazione del popolo, allora, era riempire a dovere la pancia. Si sosterrà
che poi, soddisfatta questa necessità, altre esigenze si sarebbero
presentate, è vero, è vero. Per questo il potere, tutti i poteri,
hanno sempre cercato di tenere il popolo, prima nella fame, poi nell'ignoranza.
Allora la popolazione era suddivisa in: poveri contadini, poveri artigiani,
poveri poveri, poveri ricchi e ricchi ricchi. Capisco, sembra tutto un assurdo
ma era così, perlomeno con l'ottica d'oggi.
Prendiamo i primi, i poveri contadini. Questi, ad onor del vero mangiavano,
alla buona ma mangiavano. Ai bambini non mancava il latte, la polenta, fagioli
e cavoli ed il minestrone con le cotiche del maiale, ogni tanto. Direte: si
è dimenticato le galline, i conigli, le uova. Invece no, questi prodotti
andavano venduti o scambiati con altre cose, come buona parte del latte. Rimane
in ogni caso che mangiavano.
Vivevano però poco al disopra delle loro bestie. Dimenticavo di far
notare che ognuno aveva la sua "crepa", una cosa fra il piatto fondo
e la scodella, in terracotta smaltata ed il cucchiaio di ottone o legno. Il
cibo, quasi tutto quello solido, era preso con le mani, la polenta in particolare,
rimaneggiata ed appallottolata prima di essere portata alla bocca. Il cucchiaio,
in molti casi era forato, così il latte durava di più nella
crepa.
Durante una guerra, dovevano dare quasi la metà del bestiame macellato
e dei prodotti della terra, al cosiddetto "ammasso", il tutto era
destinato all'esercito. C'era poi il "dazio", tassa comunale che
consisteva nel pagamento di una parcella, sulla macellazione e sul trasferimento
e la vendita dei prodotti dei campi e della stalla, vino in particolare.
Eh si, il contadino era strizzato da tutte le parti. A proposito di dazio,
si racconta che al passaggio del confine comunale un contadino con una botticella
da cinque litri di vino, fu fermato dai dazieri i quali gli imponevano il
pagamento per il transito del vino. -"Se lo bevo devo pagare?"-
chiese il contadino, -"certamente no" - rispose il daziere. Così
il brav'uomo si sedette con la schiena appoggiata al muretto del ponticello,
si scolò tutto il vino, passò oltre, lasciando esterrefatti
i funzionari.
Il nonno, nei grandi poderi, era l'indiscusso padrone e despota della numerosissima
famiglia, anche se un po' sclerotico era rispettato ed obbedito, dava ad ogni
famiglia il sacco di grano, la forma di formaggio ed altre cose, proporzionate
al numero dei membri.
Certo che esistevano gli spiriti irrequieti e furbi anche allora.
In una di queste famiglie, un certo Pompeo, furbone di sette cotte, ogni tanto,
il mattino presto usciva nell'aia, guardava di non essere visto e lanciava
un bastone ad altezza" zampe di gallina". All'uscita, il nonno trovava
alcune galline morte o morenti. L'onestà gli imponeva di farle mangiare
alla famiglia, potevano essere ammalate e non dovevano essere vendute al mercato.
Quelli erano giorni di festa per tutti.
A volte il granturco era poco e non bastava, Pompeo a notte fonda andava sotto
il granaio, praticava un foro dove sapeva essere sopra il grano, riempiva
il sacco, tappava e se n'andava. I tipi "Pompeo" sono quelle persone
che hanno contribuito a cambiare il loro mondo, erano svegli e pieni dì
iniziativa. In questo caso vale il proverbio: "Contadino, scarpe grosse
e cervello fino".
Il contadino era più apprensivo per la salute della vacca che del bambino.
Non dimentichiamo che la vacca dava profitto e faceva vivere tutta la famiglia.
I bambini poi, finivano in cimitero con una facilità estrema. Il cimitero
era cosparso di bandierine bianche, ognuna un bambino. Al levarsi della brezza
si muovevano e sembrava un unico enorme candido lenzuolo. Quante animucce
aveva il buon Dio da accogliere e far giocare.
La famiglia del povero contadino era numerosissima, i figli che sopravvivevano
si sposavano e rimanevano in casa, facevano figli, che si decimavano, ma,
quelli che diventavano grandi, sostituivano i vecchi che morivano. Le figlie
invece sposandosi, ingrossavano un'altra famiglia. Tutte queste storie si
risolvevano nel giro di quarantacinque o cinquant'anni, questa era la vita
media dell'uomo.
I poveri artigiani? Non erano rubicondi come i contadini, erano magri, pallidi,
facevano i falegnami, il fabbroferraio, i negozianti di pochi articoli, il
calzolaio. Di calzolai ce n'erano tanti, la gente doveva pur camminare. Non
c'era il negozio di scarpe allora, queste si facevano su misura, solo i ricchi
avevano scarpe di cuoio, la massa aveva le galosce o damie, un suolone di
legno ed una tomaia di pelle di capra o di vitello. Il legno si sarebbe presto
consumato, allora la suola era cosparsa di chiodi con la testa molto grossa,
la" bulletta" noi le chiamavamo "bròche". Erano
a testa liscia o ad occhio di pavone, allora l'ambizione arrivava fin sotto
le (damie) galoscie. Questo modo di scarparsi arrivò fino agli anni
'40, i tempi della mia fanciullezza.
Vi lascio immaginare cosa doveva essere camminare per il paese, sui marciapiedi
di pietra, a scuola, in chiesa. Di notte erano scintille.
I vestiti, quasi come quelli dei contadini, solo puzzavano meno ed erano ben
rattoppati, una bella pezza di stoffa somigliante all'indumento, messa sulle
ginocchia e sul didietro, da ambe le parti, poichè sedersi era permesso.
Erano pochi i poveri contadini che dormivano con le lenzuola, gli artigiani,
quasi tutti.
Fino all'evento della lavatrice, dieci o vent'anni dopo la seconda guerra
mondiale, le lenzuola si lavavano con la lisciva ottenuta con il cosiddetto
Ranno, acqua passata attraverso la cenere e bollita assieme.
Per i bambini era una festa perché i grandi accendevano un bel fuoco
nel cortile, sopra un trespolo di ferro o di mattoni mettevano un pentolone
molto grande, di rame, con dentro le lenzuola da lavare. Ecco la magia: coprivano
il tutto con un grosso canovaccio. Sopra, come per cappello, la cenere, sulla
quale era versata l'acqua che filtrava ed arrivava alle lenzuola, il tutto
bolliva, si puliva e disinfettava. Era la lisciva. E' evidente che le lenzuola
non erano "bianche che più bianche non si può". I
bambini mettevano furtivamente una patata od una pannocchia sotto la cenere
e sa la mangiavano contenti.
Gli artigiani facevano il bagno solo qualche volta durante l'anno. D'estate
mettevano una tinozza piena d'acqua al sole, oppure andavano al torrente.
L'artigiano, forse più del contadino sapeva coltivare l'orto. L'orto
era la ricchezza, il toccasana. Nel paese tutti o quasi, avevano un pezzetto
d'orto. L'estate, l'autunno ed anche un po' la primavera, vedevano la tavola
con la terrina del radicchio, dell'insalata, dei fagiolini, dei pomodori.
Era la salute che entrava in casa.
Il fabbroferraio, oltre che fare il fabbro, ferrava i cavalli. Gli asini,
i buoi. Ricordo, anche ai miei tempi, la puzza dell'unghia bruciata, al contatto
del ferro rovente.
Un ricordo della mia infanzia è la limatura di ferro che produceva
il fabbro o maniscalco, era portata al farmacista per le pozioni, quando il
medico ordinava il "ferro" ai suoi pazienti.
I veri poveri erano derelitti, cosa mangiassero e quanto, non è facile
dirlo. Erano gli sfortunati che una malattia non li aveva fatti morire, magari
portavano qualche menomazione fisica o psichica. Forse erano sopravvissuti
al ricovero in ospedale dove si erano barattati la casa ed il campicello per
essere curati. Insomma, mille erano i modi d'essere o diventare poveri poveri.
Andavano ad elemosinare un pugno di fagioli o qualche patata; se erano in
grado, si prestavano per lavorare. Vivevano in qualche antro o casa abbandonata,
sopra un mucchio di foglie secche. Non c'è molto da dire di loro, erano
un nulla, esempi viventi di privazioni e sofferenze ed un mucchietto di stracci
sporchi. Meno male che esistevano le stalle dentro le quali erano accolti,
come tutti i vicini e gli amici. La stalla d'inverno era calda ed era un piacevole
luogo di riunione ed accoglienza, dove si raccontavano i fatti del giorno,
e dove i giovani s'incontravano. Si può affermare che i matrimoni nascevano
nelle stalle e fra un muggito e l'altro, anche i figli, sul fienile.
I poveri ricchi erano la maestra o il maestro elementare, gli artigiani, i
bottegai, il fornaio, il mugnaio, vedevano un po' più in là
degli altri. Era anche qualcuno tornato dall'America che aveva negli occhi
l'oceano ed i grattacieli, aveva visto le banane e le prime automobili. Erano
gli impiegati, comunali o d'altra istituzione statale.
Avevano le loro brave toppe sui pantaloni e sulle giacchette, ma erano vestiti
con un certo decoro e sobrietà, portavano scarpe di cuoio. Qualcuno
aveva la tendenza a parlare l'italiano ai figli o nipotini. Era un italiano
che faceva tenerezza e si prestava alle barzellette. Ad ogni modo era uno
sforzo, magari vanitoso, ma per emergere, per migliorare.
Un particolare importante per le sue funzioni era il gabinetto, non era il
nostro "bagno". Oggi non è più concepibile quel "gabinetto".
Sarà meglio chiamarlo "cesso"!
Il cesso era sul cortile o ai margini dell'orto. Un casottino di tavole, che
stagionandosi si erano ristrette e lasciavano intravedere generosamente, da
fuori se era occupato, da dentro, se e chi s'avvicinava. Erano costruiti sopra
una buca. I piedi si poggiavano su due tavole messe per lungo, nel senso della
porta. Oppure avevano un pavimento con un buco quasi centrale, i più
ricercati, con dentro una vecchia sedia senza la paglia. I più raffinati
erano in muratura. Non esisteva la carta igienica, ed il giornale non si vendeva
nel paese, chi l'avrebbe acquistato? C'erano le foglie di vite o d'altra pianta
oppure la carta della spesa, la famosa carta da zucchero e la carta paglia,
contenitore ed involucro di tutto ciò che si acquistava in bottega.
Del cesso si servivano più famiglie, tutte quelle con la casa sul cortile.
Il letamaio era un'appendice della buca del cesso che, ogni tanto era vuotato.
Il letame era ricoperto da foglie secche, erba, pezzi di canna di granturco
ecc., la puzza era tremenda.
Il letame spettava al proprietario del cesso o del cortile. Per far crescere
rigogliosi i prodotti della terra, preparavano le aiuole per l'insalata, il
radicchio od altro, mettendo un palmo sotto terra, uno strato di questo letame;
tremendo, raccapricciante il puzzo d'escrementi umani putrefatti.
I ricchi ricchi, questi sì avevano, il gabinetto. Era in casa, si accedeva
da dentro casa, era inaudito, simbolo di ricchezza e benessere. Una piccola
stanzetta con una specie di cassone di legno o muratura, il buco dove ci si
sedeva, un coperchio. Tutto qui. Pochissimi avevano la vasca da bagno e non
era certo come quelle d'oggi, oppure avevano una tinozza costruita a mo' di
vasca. Solo i nobili avevano lavandino con rubinetti e scald'acqua a legna.
Per lavarsi mani e viso c'era in camera un trespolo con il catino e la brocca
dell'acqua sotto, l'asciugamano appoggiato di lato ed il portasapone. L'acqua
sporca di solito era buttata dalla finestra.
Pure gli artigiani, nella camera, quasi tutti avevano questo trespolo porta
catino, oppure un mobiletto con piano di marmo o legno, col buco per appoggiare
il catino.
Il dottore, il farmacista, l'arciprete erano benestanti, non come il ricco-ricco,
ma da mangiare ne avevano. Quando ero ragazzino il cerusico già si
chiamava medico e lo speziale, farmacista. Ricordo che ancora nel 1940 il
farmacista faceva l'aspirina pesando la polverina bianca, il salicilato che
aveva a suo tempo, estratto dal salice. Con il piccolissimo cartoccetto dava
anche un'ostia. Per assumere si bagnava un po' l'ostia, si metteva nel centro
la polverina, si ripiegava e s' inghiottiva.
Del medico, ricordo l'imbutino di legno, che era poi lo stetoscopio, l'appoggiava
sul torace o sulla schiena ed auscultava. La pleurite era pericolosissima,
per guarire bisognava mangiare bene, anche bistecche e queste, pochissimi
se le permettevano. L'acqua della pleura era asportata mediante l'applicazione
di bicchierini di vetro capovolti applicati sulla schiena. Prima di capovolgerli
il medico metteva nel loro interno un batuffolo di cotone con poco alcool
e l' incendiava capovolgendolo rapidamente, si creava così il vuoto
ed il bicchierino risucchiava l'acqua. L' ho visto fare su mia zia.
Ho ancora vivo il ricordo del medico che applicava le sanguisughe, sulle braccia
o sulle gambe. Non era stato ancora inventato lo sfigmomanometro eppure il
medico si accorgeva che il paziente aveva la pressione sanguigna alta, provvedeva
così ad abbassarla. Nel secolo precedente praticavano il salasso, più
sbrigativo e meno schifoso.
Il ricco ricco aveva la servitù, molte persone al suo servizio, intere
famiglie di "coloni" con le campagne, le stalle con le mucche, le
malghe in montagna.
Bastava avere la disponibilità di cibo, di qualche indumento e di pochi
soldi e la "serva" era assicurata, senza altri fastidi. Il cibo
quotidiano, si sarà capito, era un problema per moltissimi. Un pezzo
di stoffa per confezionare un vestito, un sogno.
I signori avevano carrozza e cavalli, quasi tutti i paesani s'inchinavano
quando passavano. Le donne in particolare, ammiravano i vestiti e forse di
più le scarpette delle signore o signorine e sognavano, specialmente
le giovani. Una vecchietta raccontava che quando era ragazza, vedeva passare
a cavallo, con un bel vestito e scarpe azzurre, la signorina dei nobili P.,
lo raccontava ancora con occhi sognanti. Era mia zia .
Dove attingeva la ricchezza questa classe eletta? La risposta è: dalla
campagna, dalla terra! L'industria, non esisteva, salvo la tessile e questa
era nelle grandi città dove a fine ottocento, qualcosa si muoveva.
La terra, questa terra nata per tutti gli uomini, era invece di pochi. Ereditata
dagli avi che avevano servito qualche nobile signore feudatario, o avuta in
dono, da occupanti stranieri per qualche servizio reso, che, anche se poi
scacciato lo straniero, loro, i nuovi ricchi, per l'ignoranza del popolo avevano
continuato a possederla. E poi c'era il clero che faceva e disfaceva.
La terra era l'unica fonte di vita, produceva cibo, legname, acqua per i mulini,
pietre per le costruzioni, foraggio per il bestiame. E' evidente che chi ne
possedeva tanta, aveva la vita in pugno. La vita è negli uomini e negli
animali, si può quindi affermare che allora, i ricchi possedevano uomini
ed animali.
Il nonno della D. andava a lavorare l'orto dei signori P., tutte le mattine,
aveva l'abitudine di portarsi un paio d'uova sode in tasca, era la sua colazione.
Appendeva la giacca su un chiodo del casotto degli attrezzi e si dedicava
ai lavori. Avrebbe mangiato le sue uova durante la pausa.
In quel periodo le galline della famiglia P. facevano poche uova, normale
in certi periodi. Ma una signora del palazzo non era convinta, visto che l'ortolano
mangiava uova, di nascosto gliele sottrasse dalla tasca, se ne avesse rotta
una si sarebbe accorta che erano sode. Il primo giorno il nonno pensò
che forse le aveva lasciate a casa, ma il secondo protestò con la signora
che frequentava l'orto, si lamentò che le sue uova sode sparivano.
Quel "sode" fece scattare l'allarme in testa alla signora, se erano
sode allora venivano veramente dalla casa dell'operaio. Chissà se si
vergognò, io non credo.
Una zia, sempre di D., allora ragazzina, prestava servizio presso quella famiglia.
La cantina e la dispensa contenevano ogni ben di Dio, a tavola i signori avanzavano
cibo in abbondanza.
Questa ragazzina, era triste pensando che a casa sua i suoi fratellini andavano
a letto con un boccone di polenta nello stomaco. Faceva il confronto, ed a
poco a poco, prima disapprovò la differenza di condizioni, per lei
inspiegabile, poi badò a prelevare insignificanti quantità di,
come dire, acqua, da quel fiume di benessere, trasferendolo in quel povero
rigagnolo di casa sua. Iniziò a portare a casa qualche pezzo di salame,
formaggio ed altri cibi. La prima volta il nonno s'accorse del furtarello
e, nascostamente riportò la refurtiva al suo posto. Il rifornimento
continuò, senza che il nonno sapesse, per non turbare la sua coscienza.
Nel periodo della raccolta delle mele, del granoturco, della vendemmia, il
ricco ricco si serviva delle cosidette "opere", erano persone che
si prestavano saltuariamente a tutti i lavori, aspettavano ansiosamente di
fare qualche giornata di lavoro. Si ritrovavano in piazza la mattina presto,
attendendo che i possidenti arrivassero a sceglierli. Era un po' una festa,
in particolare la vendemmia. Il signorotto passava da un filare di vite all'altro
incitando tutti a cantare. Non per l'allegria ma perché cantando non
si mangiava.
Non avendo visto o provato un'esistenza migliore, è chiaro che non
c'èra un vero malcontento, non essendovi termine di paragone. Ecco
perché la gente comune, accettava tranquillamente quella vita di privazioni,
di stenti, di grandi sacrifici. Era normalità. I ricchi erano fortunatamente
pochi ed erano sempre esistiti, come il Re, Dio salvi il Re. Il Re era pressappoco
come Dio, i ricchi, i suoi Santi.
Le guerre, volute dai Re e dai loro tirapiedi più prossimi, si perdevano
o si vincevano, ma era il popolo che le faceva e per farle si spostava dai
propri paesi, andava a conoscere altri luoghi, altri popoli. E' chiaro che
si chiedevano intimamente: "perché?" Chi tornava, tornava
più maturo e conscio che qualche cosa contava pure lui.
All'arruolamento in caso di guerra, successe la leva obbligatoria, il giovane
si spostava, vedeva altre città e paesi, maturava, s' istruiva, si
faceva le proprie idee, si ribellava, protestava magari timidamente, adagio
iniziava così il processo di culturizzazione. L'emigrazione in Francia,
Svizzera, Belgio, Germania ed in America in particolare, a cavallo del 1900
accelerava fra indicibili sacrifici, il processo di sviluppo economico e culturale.
Non si può scordare che grazie al retaggio del Regno Lombardo Veneto,
cessato con l'annessione all'Italia nel 1866, i nostri paesi avevano un ordinamento
scolastico all'avanguardia rispetto all'Italia, divisa pochi anni prima ancora
in sette stati.
Ho raccontato di un certo Pompeo, non è della nostra zona, ma di un
paesetto nei pressi di Padova. E' un vero personaggio con esperienze umane
notevoli, di cognome è Contadin. I fatti che ho raccontati e quelli
che vado raccontando li ho appresi direttamente da lui, sono storie difficili
da dimenticare, in particolare "l'esodo", così l'ho chiamato
io e ve lo racconto.
Faceva parte di una numerosissima famiglia, lui il più giovane, nato
nel 1928, viveva in una casa colonica del podere con altre 83 persone, nonni,
genitori, fratelli, cugini, zii, suocere, nuore, ecc. La classica famiglia
patriarcale. La seconda guerra mondiale cambiò radicalmente usi e costumi
anche in questa comunità famigliare. Lui ancora ragazzo si recò
a Torino dove trovò da lavorare in una piccola impresa. Nel frattempo
i suoi famigliari erano allo sbando. Era il 1948, cercò nei dintorni
di Torino, a Carmagnola, una vecchia cascina semidistrutta, che non era in
ogni caso molto peggio di quella dove aveva sempre vissuto lui. Il suo padrone
gli prestò un vecchio camion, con questo si recò al suo paese
vicino Padova. Caricò 28 persone; fratelli, sorelle, cugini, genitori,
con tutto quello che avevano: fagotti, zaini e scatoloni. Immaginiamo questa
gente scaricata in quella cascina, alla ricerca di una stanza praticabile,
all'assalto per conquistare un angolo libero. Erano di "bocca buona"senza
la minima pretesa. Pompeo riuscì a sistemare tutti, sette tra fratelli
e sorelle riuscì a farli assumere come infermieri ed inservienti nel
manicomio di Collegno, gli altri presso contadini e famiglie.
Sì, sono storie, ma sono storie vere, in parte vissute da persone ancora
viventi. Oggi questi racconti danno quasi fastidio.
Questa gente con la sua laboriosità ha creato il benessere attuale.
Quella vita di stenti e miseria è finita. Se guardiamo però
con spirito critico la società di oggi, vediamo solo egoismo e ricchezza
mal distribuita, perché n'è seguito un consumismo sfrenato e,
torno a dire egoista. I fatti dell'11 Settembre 2001 continueranno a lungo
a farci riflettere, almeno me lo auguro. Spero che la nostra parte di mondo,
che si mangia quasi tutta la torta, inizi a ravvedersi. E' orribile essere
guardati da una finestra dai bambini affamati, noi, seduti ad una tavola imbandita
con ogni ben di Dio.
Lucistefan
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