IL RATTO DEI BAMBINI
ed
IL "SIGNORE DEI LEGO"
Il primo caso successe in un paese non lontano dal mio, suscitò gran
clamore, intervennero tutte le autorità: un ragazzino di dieci anni
era stato rapito. L'autore del rapimento aveva lasciato uno scritto, intestato:
"Messaggio tranquillizzante". Finchè non fu letto, tutti
erano preoccupati per il caso successo a questa famiglia. Il signor questore,
giunto sul posto, assieme al capitano dei carabinieri, immaginando lo strazio
dei genitori, si era preparato qualche parola di conforto. Sia il Questore
che il capitano dei carabinieri rimasero allibiti vedendo i genitori del ragazzo
così tranquilli e sereni, non avevano mai visto un comportamento tanto
irresponsabile. La gente fuori era furibonda, già si stava organizzando
una marcia di solidarietà per i genitori. L'angoscia era grande, il
tumulto, preoccupante.
Il questore avanzò dubbi sul rapimento, lo disse chiaramente al papà
di Fabio, stava arrabbiandosi per quella tranquilla accettazione del fattaccio.
A questo punto il papà, che aveva trovato sul letto di Fabio la lettera,
il cui titolo era "messaggio tranquillizzante", la consegnò.
Questi, con ansia e preoccupazione iniziarono a leggerla. Man mano che s'inoltravano
nella lettura il loro viso si distendeva, perdeva ogni segno di preoccupazione,
alla fine addirittura sorridevano.
Nel frattempo, la gente era diventata folla tumultuosa ed eccitata. S' imprecava
contro l'ordine costituito che non era in grado di evitare questi incresciosi
fatti. A stento gli agenti tenevano a freno tale concitata frenesia - "bisogna
tranquillizzare ed informare i cittadini",- disse il sindaco arrivato
in quel momento; tutti uscirono dalla casa, il questore, il sindaco, il capitano
dei carabinieri ed altri due agenti dell'investigativa. Si levò in
una sol voce, il grido di: no-ti-zie, no-ti-zie, vo-glia-mo no-ti-zie!
Il questore, anche per informare la stampa accorsa sul posto, fece cenno di
fare silenzio. Si guardò attorno per trovare un posto sopraelevato
da dove poter essere visto e sentito da tutti, non trovò di meglio
che salire sull'albero dove Fabio, con l'aiuto del papà Davide, si
era costruito una casetta con un piccolo balconcino, quì passava buona
parte della sua giornata giocando e studiando. Il questore si schiarì
la gola ed iniziò sorridendo a dire: "Tranquilli, Fabio è
stato rapito e tutti dobbiamo essere sereni". -"E' impazzito"-
disse qualcuno -"in che mani siamo finiti, scendi di lì che ti
diamo quattro legnate". Il capitano dei carabinieri, anche lui salito
su quel piccolo balconcino, prese dalle mani del questore la lettera, la sventolò
facendola vedere a tutti e disse:-"Silenzio per favore, vi leggo la lettera
lasciata dal rapitore, prestate bene attenzione".-
Si schiarì la gola quasi scatarrandosi, alcuni fischi si levarono dalla
folla, dall'emozione e senza rendersene conto scorreggiò, era intimidito
dalla folla. Iniziò a leggere con voce incerta, poi si riprese man
mano che andava avanti con la lettura. Qui il fatto divenne ancora più
incredibile e straordinario. Tutte quelle persone che prima rumoreggiavano
come un torrente in piena, iniziarono a calmarsi, a rilassarsi, alcuni sorridevano,
altri iniziarono a fare gesti di consenso, qualcuno disse: "Bene, bene,
così va proprio bene".
In quel momento io mi trovavo molto lontano, ed il rumore di un elicottero
che si avvicinava, mi permise di sentire pochissime parole senza senso. Continuavo
ad essere sempre più preoccupato, ero l'unico ad avere un atteggiamento
responsabile, in mezzo a tutti quei pazzi.
Ero il nonno di Fabio, ma che potevo fare tra quella gente come impazzita?
L'elicottero, dopo aver effettuato un ampio giro sopra la zona, scelse la
strada come atterraggio. La notizia che portò il passeggero dell'elicottero
mi sconvolse del tutto: -"C'è stato un altro rapimento di bambini,
due fratellini. Certi Samuele e Lorenzo abitanti in una città vicina".-
Per poco non svenni dall'emozione, il mio stomaco si bloccò e si fece
come di pietra; Ero in uno stato di semiincoscienza, ma questo mi aiutò
a non essere coinvolto in quel fenomeno d'ipnosi collettiva.
La massa di quella gente tornò ad essere "normale", si scordò
totalmente la scomparsa di Fabio . Iniziarono a dire "ma in che mondo
viviamo"- "che cose orribili succedono"- incredibile, due fratellini"
e cose del genere. Il passeggero dell'elicottero, consegnò una lettera
al questore. Questo era sceso dall'albero usando la scaletta di corda, ma
nell'inconsueto esercizio, si era procurato un ampio sbrego nei pantaloni.
Il capitano dei carabinieri si abbassò con eccessiva rapidità
per dare una mano al questore, i due investigatori, troppo vicini, si presero
una culata e finirono uno sopra l'altro, per terra.
La folla, nuovamente incattivita, anziché divertita, come tutto faceva
supporre, si arrabbiò gridando -"pa-gliac-ci, pa-gliac-ci".
Il questore, unico rimasto in piedi, tenendosi una mano sullo strappo vistosissimo,
iniziò a leggere forte il messaggio. Era uguale al primo, si esprimeva
solo parlando al plurale, avvertendo che moltissimi altri ragazzini erano
necessari alla "gioiosa grande opera", così finiva il messaggio
tranquillizzante.
Successe quello che era successo per Fabio, tutti tornarono sereni, tranquilli
e, quel ch'è peggio, condiscendenti.
Non posso scordare quel giorno, ero l'unico rimasto cosciente, grazie al mal
di pancia. Tutti tornarono a casa. Il prefetto salì sull'elicottero
mostrando il didietro.
Io entrai in casa di Davide e mi misi in contatto con Guglielmo e Giovanna,
via "Internet". Erano tutti tranquilli, anzi contenti. Annunciarono
che avrebbero tinteggiato casa approfittando dell'assenza dei ragazzini. Enza
e Davide, accanto a me, si guardarono e dissero quasi in coro: "Buon'idea,
faremo così pure noi". Io mi dissi che prima o poi mi sarei svegliato
da questo sogno, ma purtroppo non era un sogno. Presi il mio monopattino a
motore e tornai a casa.
Carla, mia moglie, mi chiese cosa stesse succedendo, il paese era in subbuglio,
molti piangevano, ma poi, venuti a sapere il contenuto del messaggio, tornavano
normali. Mi dilungai a raccontarle tutto, non mi avrebbe creduto se lei stessa
non avesse visto, dalla finestra, come si comportava la gente.
Mi dissi, qui ci vuole un "ritiro" di riflessione. Salii nel mio
studiolo a riflettere. Se gli altri erano tutti in stato d' ipnosi, io non
lo ero, anche perché, in gioventù, avevo già sperimentato
questa pseudo scienza, solo a scopo di divertimento. Ed allora dovevo agire
e in fretta, il mistero andava svelato. Iniziai a cercare notizie nuove, sui
giornali, nella T.V., sui radiogiornali. Impressionante, i ragazzini sparivano
uno dietro l'altro e regnava, in tutti gli strati sociali e d'ordine pubblico,
la massima indifferenza e tranquillità.
A caso iniziai a raccogliere notizie nelle famiglie ove era avvenuta la scomparsa
dei ragazzini. M'informavo sul loro carattere, sulle tendenze che avevano
per lo studio e per il gioco. Compilai delle schede, una per ogni ragazzo.
Inclinazione: Materie scintifiche o letterarie.
Gioco: I tre giochi più praticati.
Vacanze: Mare o monti.
Fu un lavoro faticoso, più per la scocciatura che sembrava io dessi
ai genitori. "ma lasci perdere" - "non capisco a cosa serva
la sua indagine" - "ha proprio tempo da perdere".
Questo era quello che mi sentivo dire, a volte gli avrei presi tutti a schiaffi,
compresi i miei figli e nuore.
Feci una gran raccolta di frasi offensive, ma, qualche cosa di buono uscì
dal questionario, sfogliate tutte le schede, risultò:
Il 90% prediligeva lo studio scientifico.
Il restante 10% rispose testualmente, il meccanico.
Per il gioco invece:
L' 80% giocava con le costruzioni, Lego o simili.
Il 20% amava l'elettronica.
Le vacanze: Il 90% preferiva il mare.
E adesso? Mi chiesi. Cosa faccio, come devo interpretare i risultati?
Mi dissi, i ragazzi amano più d'ogni altra cosa le vacanze. Se qualcuno
vuol accattivarsi la simpatia di un ragazzino, incomincia ad essere compiacente
accontentandolo, questa è la prima mossa.
Allora via, iniziamo dal mare. Ma, quale mare. Mi doleva la testa, stavo veramente
male. Dovetti riposare un paio di giorni per rimettermi in sesto. Non persi
però tempo, parlai con Domenico, mio nipote, aveva la possibilità
di comunicare via radio ed internet con un sacco di Club di parapendio e volo
libero. Gli chiesi alla fine il parapendio ed il paramotore.
La domenica mattina, dopo aver fatto uno studio delle coste e degli atterraggi
eventuali, nonché dei rifornimenti di benzina, mi levai in volo diretto
al mare. Era molto che non volavo e l'adrenalina andò alle stelle.
Un po' alla volta mi sentii meglio e padrone della situazione. Via radio comunicai
a Domenico che tutto andava bene e lo ringraziavo, se aveva necessità
di spostarsi usasse pure il mio monopattino a motore.
Guardai la cartina legata su un ginocchio e la bussola sull'altro. Mi dirigevo
verso Nord/Est, avrei iniziato da Grado scendendo poi verso Trieste, Venezia
e giù, fino a ritornare dall'altra parte dell'Italia, se fosse stato
necessario, nessuno mi avrebbe fermato. Mi collegai con nonna Carla, attendeva
trepidante notizie sul mio volo, memore anche di quello che m'era successo
qualche anno prima. Fortunatamente anche lei non aveva ascoltato i "messaggi
tranquillizzanti" trasmessi per radio e T.V., era rimasta, come me, conscia
e responsabile nei suoi giudizi.
Volavo ad una quota di circa mille metri, era più che sufficiente,
l'orografia del territorio era collinosa, faceva un po' freddo, ogni tanto
incontravo stormi di uccelli che migravano, in particolare oche e cormorani,
mi si affiancavano incuriositi, uno mi venne tanto vicino che l'aria dell'elica
lo spinse via sfoltendogli il piumaggio.
Vidi il mare in lontananza, guardai la cartina e capii che non era facile
individuare dove mi trovavo. In questo caso era una laguna e non poteva che
essere quella di Marano, ecco perché quegli stormi di uccelli, pensai,
era l'oasi avifaunistica. L'attraversai nella lunghezza e mi diressi verso
Aquileia, lì avrei fatto una sosta e qualche indagine.
Montai la piccola tenda, la finestrina orientata verso quello splendore di
basilica. Per breve tempo dimenticai il compito che mi ero imposto. Fantasticai
pensando che quella cittadina era stata fondata dai romani. Già nel
terzo secolo aveva una chiesa. Attila passò e distrusse tutto, come
piaceva fare a lui. Poi i Longobardi e via via fino a Venezia, all'Austria
e nel 1918 l'ammissione all'Italia. Chi però dominò più
a lungo e le battaglie le vinse tutte, furono le zanzare, fino all'evento
dello zampirone.
Occupai tutta la sera e buona parte della notte per trasmettere messaggi a
tutte le sedi di "volo libero", i Club di parapendio e deltaplano.
Ricevetti messaggi in cui si diceva che Domenico già aveva provveduto
ed aveva risposte. Dall'alto è più facile individuare una massa
di duecento o trecento ragazzini. Ora potevo contare su una vasta organizzazione
di ricerca. Mi coricai tardi, ma non mi dimenticai di pregare il Signore per
quei ragazzini alla mercé di chissà chi.
Mi svegliò il sole caldo, ero in un piazzale dove i tir e gli autobus
facevano da padroni. Mi lavai alla fontanella e feci una buona colazione al
ristorantino del distributore.
Allargai il parapendio, mi imbragai e scelsi un corridoio per il decollo.
Tutti gli autisti ed i turisti dei pullman erano incuriositi. Prima di partire
dissi il perché di quel mio viaggio, tutti presero il mio numero di
telefono assicurandomi che nel caso, mi avrebbero aiutato, anche se non capivano
perché cercassi quei ragazzi; altri schiavi, pensai. Misi in moto e
decollai.
Raggiunsi una quota di 1500 mt., dovevo stare alto, per avere un maggior raggio
visivo, anche se distinguevo meno i particolari. Erano i posti isolati e nascosti
che m'interessavano, quell'organizzazione strana non poteva certo farsi notare
in mezzo ad una spiaggia pubblica. Mi giungevano messaggi via radio e telefono.
Avevo il mio da fare a rispondere, d'altra parte era giusto che avessi sparso
richieste di aiuto in tutte le direzioni. Non potevo contare sui preposti
all'ordine pubblico.
Diressi verso Est lungo la costa, verso Trieste, sorvolai anche un po' di
costa Croata. Mi resi conto che solo un miracolo mi avrebbe fatto trovare
i ragazzi. Attraversai il golfo di Trieste, il mare sotto mi faceva un po'
paura, tornai nelle vicinanze da dove ero partito la mattina. Atterrai a Grado
per il rifornimento e per sgranchirmi le gambe.
Prima di sera contavo di sorvolare Bibione, Caorle, Jesolo ed arrivare a Venezia.
Lo sconforto mi assaliva mentre sorvolavo quei luoghi, il sesto senso mi diceva
che non erano spiagge per tanti bambini allo sbaraglio, tutti li avrebbero
notati. Chiamai nonna Carla, mi fece capire che era fiera di me, alle lodi
è sempre stata restia, così ne ebbi tanto piacere e conforto.
Mi distraevo guardando quelle spiagge stupende, in particolare Bibione con
quelle bellissime pinete. A Caorle scesi per il rifornimento di benzina, per
mangiare e sgranchirmi le gambe. Decollai, dovetti subito riatterrare, il
motore faceva le bizze. Mi resi conto che avevo rifornito il serbatoio con
benzina normale anziché super, cambiai anche la candela di accensione.
Il motore ripartì che era uno schianto, volai verso Venezia.
Sulla frequenza dei parapendisti, una voce mi disse che mi si aspettava in
piazza San Marco e molta era la gente in attesa. Le sorprese erano continue
e, per la verità, sarei stato un po' vanitoso, se non fosse stato per
lo scopo di quel viaggio.
Magnifica città, Venezia, pensare che è costruita su diciotto
isolette, con 160 canali, valicati da 400 ponti, credo che questo basti per
capire il motivo della sua unicità nel mondo. Le piazze, le calli,
i palazzi, i monumenti, le chiese, i musei, e le isole tutt'intorno con le
loro attività artistiche. Tutto questo guardavo da lassù e tanta
bellezza mi affascinò al punto che m'accorsi di aver fatto troppi giri
sulla città. Ero rimasto senza benzina, il motore incominciò
a starnutire e si fermò.
Piazza San Marco la potevo raggiungere tranquillamente, ero a circa 800 metri
di quota, non c'erano problemi.
Ero a circa 400 metri quando la piazza mi si presentò davanti. Era
gremita di gente e mi spaventai, diressi verso Riva degli Schiavoni ma una
voce da un altoparlante mi raggiunse, meno male che il motore era spento:
-"Scenda tranquillamente sulla piazza, le faremo un corridoio, questa
è una manifestazione in suo onore."- Il messaggio mi fu ripetuto
un paio di volte e nel frattempo vidi quella marea di teste dividersi il due,
nel mezzo rimase un corridoio di dieci metri di larghezza, lungo tutta la
piazza. Contai forte fino a dieci, scandendo i numeri, dovevo tranquillizzarmi,
non era cosa facile per me atterrare sul selciato e con il motore sulla schiena.
Pensai, questa volta caro Domenico ti sfascio tutto, me compreso. Ma non dovevo
permettermi quei pensieri, non dovevo, mi sarei abbandonato a "come la
va la va" e non potevo permettermelo. Mi diedi un pizzicotto su una guancia
tanto che mi feci male, era quello che volevo. A cento metri dal suolo, mi
allontanai con una manovra ad U, mi rimisi in direzione del corridoio correggendo
l'allineamento, era tutto perfetto, anche la brezzolina che mi veniva incontro.
Un signore con un fulard di seta colorato, fissato in cima ad un ombrello
tenuto alto, voleva indicarmi la direzione del vento, pensai:-"Lo devo
ringraziare". Questi pensieri mi aiutavano a rimanere calmo. Infilai
il corridoio così bene che nemmeno io ci credei. Stallai e mi trovai
seduto in mezzo alla piazza, avevo leggermente storto la gabbia dell'elica,
l'osso sacro mi doleva un po'.
Le urla di bravo si susseguivano ininterrotte, i vigili urbani mi aiutarono,
assieme al signore del fular, a mettere tutto nella sacca. I vigili mi avvisarono
che erano a disposizione con il loro motoscafo per portarmi sulla terraferma,
se era necessario.
Scopersi che quel mio viaggio era seguito da moltissimi genitori, la gran
parte di coloro che non erano stati ipnotizzati dal "messaggio tranquillizzante".
Ero stanco, l'emozione mi aveva tagliato, le gambe.
Un gruppo di persone mi si fece incontro, cosa non provai vedendo fra loro
Clelia e Fredo, miei cari amici e vicini di casa, ci abbracciammo, loro piangevano
pensando al loro nipotino Dario, sparito pure lui. Mi accompagnarono in una
pensione con trattoria, mi avevano prenotato una camera. Ci sentivamo tutti
amici, ero commosso e del resto pure loro, mi vedevo colmato di attenzioni
e gentilezze. Avevano due apparecchi radio ad onde corte e comunicavano con
mezzo mondo. Tutti erano continuamente interrotti dalle chiamate dei cellulari.
Arrivò una notizia dal Brasile. Pure li era successo un caso analogo.
Un mese prima erano sparite alcune centinaia di ragazzi sui dieci anni. Erano
tutti bambini delle favelas ed il governo non se ne era interessato più
di tanto, anzi, erano contenti di avere meno delinquenza. Tornarono dopo una
quindicina di giorni, un po' frastornati e senza ricordi. Parlavano solo di
un grandissimo gioco sul mare e di un signore vestito, "a colori",
dissero, che li incitava a giocare e si interessava di loro. Erano tornati
tutti in ottima salute e ben nutriti; ne avevano bisogno.
Quella sera, seduti nel dehors della trattoria, con la laguna davanti, parlammo
a lungo del fattaccio. Molti erano coinvolti direttamente. Parlammo a lungo
dei bambini brasiliani, non c'erano dubbi, quella era la strada. Ci consolava
il fatto che erano tornati tutti alle loro abitazioni, se le avevano, ed erano
ben nutriti e sani. Anche se l'angoscia era ancora presente, eravamo certi
della buona risoluzione del caso. La speranza è ultima a morire.
Per non lasciare nessuna strada impercorsa, ci collegammo via Internet con
San Paolo, in Brasile. Quasi tredici milioni di abitanti non sono pochi, a
chi rivolgerci, non conoscevamo nessuno, gli organi governativi erano disinteressati,
dissi: -"proviamo "www.gesuiti@brasil" loro avevano fondato
500 anni fa la città, ci sarà stata qualche loro parrocchia"-.
Manco a dirlo il collegamento si stabilì. Sì, dissero, loro
avevano preso a cuore il rapimento dei bambini, erano riusciti, attraverso
le loro parrocchie sparse ovunque, a trovare, ma solo ultimamente, il luogo
ove avevano soggiornato numerosissimi bambini. Era in una spiaggia nascosta
dell'oceano Atlantico. Si notavano basi per prefabbricati, doveva essere una
minuscola città dotata d'ogni comfort. Dovevano avere molti giochi,
sulla spiaggia si trovavano ancora numerosi mattoncini di costruzioni in plastica
della Lego. Si notava che era stato costruito un molo che s'inoltrava in mare
per un centinaio di metri, continuavano dicendo che erano sbalorditi: -"Pare
che questo molo, perlomeno dai basamenti trovati, fosse fabbricato con elementi
di Lego". Ringraziammo e chiudemmo il collegamento.
Ci guardammo, tutti pensavamo
Lego
bambini
,quache cosa stava
venendo fuori. Dissi agli amici della mia indagine sui giochi dei ragazzi
e che i Lego erano al primo posto. Ad ogni modo chi manovrava questa cosa
era un pazzo.
Arrivò alla pensione l'assessore allo sport e cultura della regione.
Assicurò che molti altri in regione, anche se una piccola minoranza,
erano in angustia per quanto successo. Nascostamente stavano indagando. Certamente
tutto rimaneva nell'ombra, nessuno faceva passi decisivi od autorevoli, magistratura,
governo e polizia, erano soggiogati dal "messaggio tranquillizzante".
Il mattino seguente, quando la piazza era deserta, con l'aiuto dei nuovi amici
e dei vigili, dopo aver rimediato al colpo ricevuto sulla gabbia di protezione
dell'elica, ed aver fatto rifornimento, decollai felicemente per Chioggia,
porto Tolle, Ravenna. Avevo però il sentore che quelle zone non erano
certo adatte per un nascondiglio, stavo sbagliando tutto e la tristezza mi
assalì.
Esploravo tutte quelle insenature ricche di spiagge ed allevamenti di molluschi,
non volevo demordere dall'impegno e poi, pensavo ai miei nipotini, anche se
sapevo che erano felici, forse di più che a casa, visto che avevano
cancellato il ricordo dei genitori!
Telefonai a Carla informandola delle ultime novità, le raccontai dell'atterraggio
in piazza San Marco, era preoccupata. Impressionato rimasi anch'io quando
mi disse che casa nostra era un andirivieni di gente, che arrivavano lettere
da mezzo mondo, telegrammi, e web-mail via Internet. Non tutte erano d'incoraggiamento,
molte, minacciose.
Dissi a nonna Carla di chiudere casa ed andare a Bologna da suo fratello Renzo,
sarebbe stata più sicura.
Atterrai a Ravenna, in Emilia-Romagna, ero stanco e sfiduciato, ero atterrato
sui prati intorno a S. Apollinare in Classe che potei ammirare fantasticando
sulle sue origini. Mi ripromisi che Ferrara l'avrei visitata con i nipotini,
appena ritrovati.
Pensai, qui nessuno era venuto a cercarmi, ma mi sbagliai di grosso, non avevo
fatto a tempo di togliermi l'imbraco che incominciai a vedere automobili in
arrivo parcheggiare. Ben presto mi trovai in mezzo alla gente, pochi i preoccupati
per i loro ragazzi. "Lavoriamo assieme, cerchiamo e teniamoci in contatto,
dissi."- Un elicottero dei carabinieri atterrò vicino. Mi chiesero
i documenti, per circolare con "quel coso," dissero. Per la verità
non esistono documenti tranne il tesserino dell'Aereo Club per il pilota.
Arrivarono in quel momento due uomini con telecamera e microfono, sulla macchina
la scritta "Radio Televisione Italiana". L'equipaggio dell'elicottero
s'impappinò, si misero in disparte in attesa.
Io ero più imbarazzato di loro. I due della T.V., mi chiesero di eseguire
di nuovo l'atterraggio, dissero che la ripresa sarebbe stata magnifica. Di
malavoglia feci quello che mi avevano chiesto, il cronista blaterava nel microfono
proteggendolo con il bavero della giacca dal rumore assordante del motore.
Messi i piedi a terra incominciò a farmi tutte le domande che ben si
può immaginare, io risposi educatamente. A mia volta chiesi se la RAI.TV.
aveva qualche notizia sul caso. Mi risposero negativamente, per loro tutto
andava bene com'era, il caso strano, ma interessante ero io. Per poco non
li mandai in malora.
Ero stressato e stanco. Volevo montare la tenda, la gente mi faceva domande,
qualcuno mi portò un caffè caldo dal bar vicino e lo ringraziai,
ne avevo bisogno.
Anche qui trovai solidarietà ed amici, due erano arrivati da Venezia,
erano Fredo e Clelia, mi dissero che mi dovevano dire qualche cosa di interessante
appena mi fossi rifocillato. Due Frati del vicino monastero, vennero per donarmi
ospitalità nel loro convento, il superiore aveva un nipote fra quei
ragazzini, mi conosceva dalle notizie che circolavano, ringraziai e con i
due amici mi trasferii dentro il monastero.
La cameretta era accogliente, dotata di doccia. Ne approfittai di buon grado
e quando fui un po' riposato andai da Clelia e Fredo che si erano seduti in
parlatorio.
"Finalmente possiamo parlare nee"- Disse Fredo. Si capisce, era
piemontese. Il loro nipotino Dario aveva solo sei anni, mamma Sara e papà
Mirco erano tranquilli, meglio così disse Fredo. Continuò: -"Un
nostro comune amico, Giovanni, che tu ricordi bene e sai che è amante
della Croazia, dove si trova attualmente per le vacanze, non trovando il tuo
numero di telefono, mi ha chiamato dicendomi che in una caletta di fronte
al golfo del Quarnaro, poco prima di Arsia, ha visto, passando al largo, uno
strano villaggio mezzo nascosto dalla costa molto frastagliata. Non ci giura,
ma doveva essere una colonia per bambini, solo che la gente del luogo, dice
che colonie là non ci sono mai state.
Il cuore mi batteva forte, era il posto giusto, la costa poco frequentata,
fuori della vista della gente
e pensai
Il villaggio era veramente quello, Giò aveva visto giusto e bene. Avesse
pagato un sovrappiù al pescatore che lo portava per un giro turistico,
fosse andato a vedere, avrebbe visto un magnifico villaggio prefabbricato,
smontabile e trasportabile con estrema facilità. Tanti ragazzini felici
giocavano.
Samuele e Fabio dovevano risolvere un importante problema, le vele andavano
issate a mano o con un automatismo elettrico? Mister Game avrebbe deciso.
Si recarono sul ponte di comando e chiesero al comandante in seconda, prendendolo
per mano, di parlare con il Mister. -"Ciao ragazzi, vi divertite vero?"-
disse Mister Game,-"Problemi? Vi ascolto." Gli raccontarono con
dettagli tecnici da stupire un adulto la loro indecisione circa le vele.-"Ragazzi"-
rispose-"a voi piace senz'altro di più la nave di Capitan Uncino
che una nave tecnologica d'oggi, sbaglio? No? Allora seguiamo la vecchia tradizione
marinara, Mi fido di voi, ciao ragazzi e mi raccomando: verricelli a manovella
e scalette di corda."- Sorrise al suo aiutante in seconda. I ragazzi
se n'andarono felici discutendo sui pezzi di Lego da usare, anche il colore
era importante.
Mister Game era un ometto magrolino, aveva circa sessant'anni, tutta la sua
persona trasmetteva, in particolare ai giovanissimi, gioia e fiducia ma in
maniera assolutamente completa, piena, grande. Guardarlo e seguirlo era tutt'uno.
La sua voce era armoniosa, suadente ma decisa. Non si può dire che
non disponesse di ricchezze immense. Chi era, da dove veniva, tutto era nascosto
nella sua mente. Una sola cosa era sicura, chiara e lampante: aveva una immensa,
assoluta, spropositata passione per i Lego. E chi, se non i ragazzi hanno
un'immensa fantasia per costruire con i Lego! Allora, è evidente che
i ragazzi dovevano far parte integrante della grande passione di mister Game.
Ma chi è mister Game?: Forse non è un terrestre, non vi posso
proprio dire di più, non insistete!
Dalla Danimarca al golfo del Quarnaro, erano arrivate ben tre navi da carico,
battenti bandiera Panamense, queste si prestavano a fare trasporti nel massimo
segreto. I Lego erano contenuti in cassoni formato industriale.
All'ufficio commerciale della Lego, in Danimarca, si era presentato, a suo
tempo, mister Game, ovviamente con un nome attendibile e quello che più
conta con un assegno con scritta una cifra iperbolica, quasi doppia del valore
intrinseco. Tutti sanno che la Lego ha avuto ultimamente una crisi economica,
molti avrebbero pianto per questa scomparsa. Ma ecco, arriva mister Game e
la crisi è superata. Grazie a mister Game, per aver chiesto e pagato
profumatamente la segretezza.
Lego, in Danese significa: "Giocare buono". Chi avrebbe mai potuto
ostacolare il trasporto di componenti per giocare buono? S'è l'erano
chiesto alla Lego, mai più pensavano al ratto dei ragazzi.
Torniamo al villaggio dei ragazzi, cosa stavano costruendo?
Già lo sappiamo, una nave, un molo lungo 150 mt. e lo scivolo per il
varo. Se avete pensato ad un gioco vi sbagliate, era una vera nave a vela,
lunga 50 metri, larga 12, pescaggio a pieno carico, 5 metri, i Lego sono leggerissimi.
"Ma già, qualcuno di voi è genitore e vuol sapere dei ragazzi.
State tranquilli, meglio non potrebbero stare, mister Game ci sa fare".
"Quando torneranno a casa?"- "Scusatemi, anch'io sono stato
preso dal fluido di mister Game, non ci pensavo più. Lasciatemi tornare
a Ferrara, dove il paramotore ed i due amici venuti da Venezia ,mi stanno
aspettando."
Clelia mi guardò dicendo: -" Ti abbiamo lasciato stare,
eri in trans e fantasticavi, completamente assente."- "Scusatemi
ragazzi, è vero, sono convinto che quello sia il nascondiglio giusto,
è come se l'avessi visto. Là dobbiamo andare".
Per fortuna nei racconti di fantasia si può anche noleggiare un aereo
o meglio ancora un elicottero, lo stavo per fare quando la fortuna ci venne
in soccorso.
Chi l'avrebbe mai detto, arrivava un elicottero in quel momento, atterrò,
il passeggero era Federico, o meglio Fela, mio figlio. Il mio sbalordimento
era grande, "Ma che ci fai tu qua". -"Scusa, padre, io sono
un po' responsabile di tutto questo, sono stato soggiogato da mister Game,
ti racconterò strada facendo".
Io volevo riposarmi, erano le ventidue e con l'elicottero non era il caso
di viaggiare al buio, anche se dovevamo sorvolare il mare fino a destinazione.
Andai a letto nella mia cameretta, Padre Mansueto mi fece attrezzare un altro
lettino in camera per Federico. Trovò da dormire anche ai nostri amici.
Prima di addormentarmi chiesi ancora a Federico: "Ma tu che c'entri con
tutto questo, di chi è l'elicottero?". - "Ti dirò
che l'elicottero è di mister Game, l'altro uomo, il pilota, è
Antonio, il tuo amico e vicino di casa, nonché di volo. E' vero, si
era innamorato del Brasile dopo esserci andato con gli amici del Club per
volare.Ora era tornato per cercare lavoro. "Mister Game lo ha conosciuto
ed apprezzato", continuò Federico, "lo ha assunto, ci ha
ordinato di raggiungerti, sa tutto delle tue ricerche, domani sarò
più preciso". Ma come, mi chiesi, devo esser proprio stanco per
non riconoscere Antonio. "Ciao Fela, buona notte"
Il mattino seguente pregai padre Mansueto di spedire il paramotore a Verona,
a Domenico, gli avrei telefonato durante il viaggio, i suoi messaggi via Internet
avevano raggiunto anche Giovanni ed avevano dato buon frutto.
Antonio lo vidi nell'elicottero, aveva voluto dormire nella cuccetta, ligio
e responsabile del mezzo. E' stato inutile chiedere notizie su mister Game.
Aveva dato la sua parola e non l'avrebbe mai tradita. Oltre a lui, eravamo
a bordo: Fredo, Clelia, Federico ed io.
Dovevamo percorrere circa 500 Kilometri, tutti sul mare, io ero preoccupato.
-"Stai tranquillo"- mi disse Antonio.- "Questo coso ha un'autonomia
di 800 Kilometri, in tre ore siamo sul posto".
Federico raccontò d'essere stato contattato da un'agenzia, gli dissero
che era stato scelto per le sue capacità di architetto, che non miravano
comunque al guadagno ma rivolte alla fantasia e all'onestà. Il gioco
cui si dedicava maggiormente, "Dungeons & Dragon " tra l'altro,
ripreso da telecamere nascoste, confermava l'idoneità per il lavoro
richiesto. I rapporti con i nipotini e con i ragazzini in genere, dimostravano
chiaramente un carattere comprensivo, paziente, sollecito.
Questo era il contenuto dell'offerta di lavoro. Proseguì: "Al
terminal di Caselle, su appuntamento, incontrai un signore, mi parlò
amichevolmente, mi consegnò una valigia dicendomi che dentro c'era
tutto ciò che mi occorreva, mi prese a braccetto, salimmo su un aereo
privato, a Venezia ci trasferimmo su un elicottero e quale fu la mia sorpresa
quando riconobbi Antonio sotto il casco del pilota. Non capivo più
niente ma ero intimamente felice. Questa è la mia storia, caro padre".
Io in quella specie di visione che avevo avuto del luogo non lo avevo notato.
Ma ecco, come una scintilla mi illuminò un ricordo: Il comandante ed
aiutante in seconta
,era Federico.
Antonio, a questo punto ci parlò in cuffia. "Mancano 60 minuti
all'arrivo, devo comunicarvi ufficialmente che mister Game, quando arriveremo
non ci sarà più. Ovviamente era a conoscenza che, in particolare
tu Luciano, lo stavi cercando. Aveva anche intercettato la comunicazione via
Internet con i Gesuiti di San Paolo do Brasil. Ti manda a dire che quella
volta aveva sbagliato tutto, quei poveri bambini non conoscevano nemmeno i
Lego e di giocare ne avevano poca voglia. Abbandonò il progetto, ed
il resto lo sapete".
Alle ore dieci atterrammo sulla spiaggia, il villaggio non c'era più,
rimanemmo tutti sbalorditi nel vedere la nave costruita dai ragazzini con
i Lego. Era una cosa inimmaginabile dai molti colori e mille riflessi, beccheggiava
e rullava dolcemente cullata dal mare azzurro.
Pensare che era stata costruita dai bambini commuoveva.
Su una fiancata c'era scritto:
"MISTER GAME & MISTER FELA"
Antonio ci consegnò una lettera di mister Game, diceva: "Non posso
darvi spiegazioni particolareggiate, sappiate che i ragazzini sono tutti tornati
alle loro case e stanno benissimo. So che in questo istante suonerà
il corno della nave, non indica nebbia, ma vi avvisa che quattro ragazzini
sono a bordo: Fabio, Samuele, Lorenzo e Dario. Chiedo scusa per il ratto,
Nessuno ha sofferto, spero d'aver portato solo felicità. Addio amici"
Il corno stava suonando, una scialuppa si avvicinava con i nostri eroi. Erano
bellissimi i nostro ragazzini, abbronzati e felici, tutti in un sol coro chiesero
della mamma e del papà, erano entusiasti al pensiero che un elicottero
li avrebbe condotti a casa. La nota triste fu che Federico ci abbraccio tutti
e riportò la scialuppa a bordo, sciolse le vele e si allontanò.
-" Fela,"- gridammo tutti:" Torna indietro, vieni a terra,
torna con noi. Ti vogliamo bene!":
Sappiamo di certo che s' incontrerà con mister Game, ma difficilmente
metterà i piedi a terra
.
LuciStefan
Marzo 2000
P.S. Una di queste notti, nonna Carla mi disse che sognò una nave costruita con i lego, io ci ho ricamato sopra. Vi piace?
LUCISTEFAN
|
|||||