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Il tesoro di Singapore - Capitolo I

A Fonzaso.

Il vecchio gatto acciambellato sopra un cuscino della poltrona ronfava, ogni tanto era scosso da strani colpetti di tosse; sobbalzi e gorgogli accompagnavano il suo tormentato riposo.
L'uomo, il padrone del gatto, padrone per modo di dire, si sa che i gatti sono indipendenti e solo per convenienza fanno le fusa, dicevo, il padrone del gatto era un uomo sulla sessantina, ben piantato, fisico asciutto, capelli sale pepe, viso volitivo, pelle scura segnata da piccole rughe, occhi chiari che facevano risaltare ancora di più quell'abbronzatura che oramai faceva parte del suo essere.
Uomo e gatto vivevano assieme, in casa erano inseparabili. Ogni tanto l'uomo partiva, anche per lunghi periodi, il gatto aspettava paziente e quando il padrone tornava, come se il tempo non fosse trascorso, continuava le fusa lasciate a metà. Per questo andavano d'accordo, nessuno dei due pretendeva legami impegnativi.
L’anziana governante aveva un particolare rispetto per quest’uomo, lo ammirava e lo considerava un vero signore. Non capiva però dove andasse, in quale parte del mondo trascorresse l’altra parte della sua esistenza, da dove arrivassero i suoi proventi per vivere da signore.
Senza contare che nel paese si sapeva tutto di tutti. Difficile sfuggire alla curiosità della gente, prima o poi la curiosità era sempre soddisfatta. In questo caso no!
S’era, con il passar del tempo, insinuata nella donna una morbosa voglia di conoscere, di sapere. Si meravigliava lei stessa di questo suo atteggiamento. Iniziò a rovistare le tasche dei vestiti, alla ricerca di qualche oggetto o biglietto lasciato per dimenticanza e che avrebbe potuto darle qualche indizio.
Ripulire i vestiti, stirarli, togliere i fazzoletti dalle tasche era una sua incombenza, solo ora però lo faceva con un interesse particolare. Avrebbe potuto chiedergli scherzosamente perché non gli inviasse nemmeno una cartolina, ogni tanto, così, solo per comunicare: “torno in data tal dei tali, mi faccia trovare tutto in ordine”. No, nemmeno se la sognava una confidenza del genere. Il loro era un rapporto di massimo rispetto e discrezione assoluta.
Di passaporti ne aveva almeno tre, tanti ne ricordava lasciati sul comodino in camera da letto. Li aveva veduti, ora l’uno ora l’altro, con tanti di quei timbri dentro che era quasi impossibile contarli, unica particolarità, erano le tre diverse nazionalità. Ad ogni modo li aveva visti di sfuggita perché erano finiti in tutta fretta nella cassaforte.
Solo una volta aveva casualmente ascoltato una telefonata, era riuscita a capire che parlava con Londra ed i suoi interlocutori, i Lloyd, aveva pure sentito pronunciare un nome, certo Lord Raffles. Tutto ciò non diceva niente. Del dialogo nulla aveva compreso perché questa volta parlava in inglese. Le sue telefonate erano invariabilmente fatte in lingue straniere.
-“Signora Nora, domani devo partire, nel paese dove vado fa molto caldo, mi prepari la valigia, per favore, mi dia poi il solito elenco di quello che mi ha preparato, io penserò al resto.”
Ecco, pensò la governante, non c’è pericolo che mi dica dove va. Aggiunse parlando forte – “Va bene Signor Orfeo, provvedo subito” e dopo una breve pausa, - “volevo chiederle se era il caso di far vaccinare il gatto, mi sembra non stia troppo bene.”- Il Signor Orfeo senza nemmeno pensarci disse: “Faccia quanto è necessario, le lascerò il denaro”.
Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, altri fatti che si sarebbero collegati fra loro, andavano prendendo forma.

Capitolo II


 
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