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Il tesoro di Singapore - Capitolo II

A Singapore.

Mister Douglas, socio dei più esclusivi club di Singapore era seduto nella hall dell’albergo più “in” della città. Chiamò un cameriere e si fece portare un telefono tradizionale dell’albergo, del suo cellulare terza generazione, non aveva comunicato il numero a nessuno, lo usava solo per fare telefonate, preferiva così. La provenienza della comunicazione che attendeva era Venezia, erano le 24 ora locale, a Venezia circa le 18.
Mister Douglas aveva i capelli rossicci come la barba e la peluria delle braccia, era proprio il colore del legno dell’albero del quale portava il nome. Per metà malese e per metà irlandese, ma ci teneva e si vantava d’essere della “repubblica Singapura”. Uomo di pochi scrupoli avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di ingrossare i suoi conti in banca.
Alle 0,30 il telefono suonò sommessamente, come se non volesse disturbare, Douglas lo portò all’orecchio ed un “hello” sommesso gli uscì dalle labbra, disse il suo nome al centralinista dell’albergo ed ebbe la comunicazione, ascoltò attento per qualche minuto, terminò con un “o.k. bye bye carissimo Daniel”.
Si alzò ed uscì in giardino dove un uomo ed una donna attendevano, seduti ad un tavolo. “Allora intesi” disse loro,” domani pomeriggio alle 18, università Nanyang, arriveranno le due ragazze accompagnate da miss Homeles”. Riprese dopo un attimo “La barca sarà in attesa sul West Reach, io sarò già a bordo, mi raccomando di dare il massimo aiuto e collaborazione alle nostre tre ospiti”.
La sera seguente, con un’afa particolarmente noiosa che faceva appiccicare i leggeri vestiti alla pelle, il solito piovasco monsonico era appena terminato, la coppia attendeva seduta su una panchina del parco dell’università, parlottando.
L’uomo, Sam ex maggiordomo, molto distinto e di mezz’età, viveva abbastanza agiatamente di una piccola rendita, lasciatagli da un vecchio signore che aveva servito per vent’anni. La signora Day, conosciuta nella stessa casa, svolgeva le mansioni di governante, aveva usufruito pure lei dello stesso trattamento. Ora avevano accettato quell’incarico da mister Douglas, anche perché tutto sommato, la crociera la consideravano una piacevole vacanza anche se al servizio dell’istitutrice e delle ragazze.

Margaret aveva quattrordici anni mentre Susan ne aveva compiuti diciassette da pochi mesi. Erano molto unite fra loro, se una aveva un difetto, l’altra possedeva una virtù che lo compensava e così riuscivano a vivere equilibrate e serene. Nel loro albero genealogico figurava un personaggio molto importante nella storia di Singapore, Sir Raffles, l’uomo che per conto della Compagnia delle Indie Orientali aveva acquistato l’isola dal Sultano di Johor; questa, dopo molte vicissitudini e sottomissioni era divenuta la Repubblica che conosciamo. Grazie all’intraprendenza di Lord Raffles oggi molte industrie portavano ancora il suo nome.
A ricordare il Sultano ci sono solo alcuni tratti del canale che portano il suo nome e separano la Malesia da Singapore, oltre ad una città sul canale chiamata Johor Baharu.
Lord Raffles all’epoca, era il 1820, aveva da poco lasciato la marina di Sua Maestà Britannica con il grado di Ammiraglio, si era dedicato quindi con successo all’industria tessile, fiorente in quei luoghi.
Alla Compagnia delle Indie Orientali, interessava quell’importante isola con porti, magazzini ed industrie. Per le trattative con il Sultano, non trovarono nulla di meglio che affidarle all’ Ammiraglio.
I contatti tra i due andarono per le lunghe, il Sultano Baharu più che rispondere alle offerte per l’acquisto, studiava Lord Raffles, voleva trovare un punto debole dove poter aprire una falla e magari inondare d’oro il lord Inglese, decuplicando però il valore dell’isola con i suoi porti.
Vi riuscì durante l’ennesima splendida fastosa festa in onore del suo ospite, sembra anche grazie all’uso di poteri occulti o droghe.
Gli fece ammirare due forzieri stracolmi di dobloni ed altre monete d’oro, pietre preziose, calici, croci, monili d’ogni fattura e forma per un peso complessivo di quattrocento libbre. Non ci voleva molto per capire che erano prede di pirati che, secoli prima e pure in quei tempi, infestavano i mari. Gli disse solo: “Lo consideri un dono di un grande amico”.
Lord Raffles non toccò e non usò quella ricchezza, non si perdonò mai quella debolezza, finì per affondare tutto fra gli scogli di un’isoletta dell’Ayer Chawan. Si rendeva conto che era un atto senza senso, inconsulto, voleva solo levarsi dalla coscienza un peso. Si auto giudicò inetto e non meritevole del titolo di Lord, la sua formazione militare ed il senso dell’onore gli preclusero una vita serena. La sua mente ne fu scossa. Prima di morire svelò il suo tormentoso segreto.
Aveva una numerosa famiglia, la primogenita era la sua beniamina, per lei aveva una particolare considerazione ed affetto, confessò a lei, prima di morire, il suo segreto, si raccomandò pure di trasmetterlo alle donne, disse, ed era follia: “per gli uomini ho sbagliato io”.
Di generazione in generazione passò quella segreta confessione, ma si sa, un segreto trapela con il tempo, una parola qua ed una là, specialmente la servitù può cogliere un cenno dalle più insperate situazioni, dal farneticare di un ammalato, al dialogo interrotto bruscamente all’avvicinarsi di una cameriera. Avvenne inevitabilmente che dopo cent’anni la storia assumesse un sapore di favola, in casa Raffles si finì per non crederci più. Ogni tanto però, qualcuno si chiedeva fin dove arrivava la favola e dove iniziava la realtà. Chissà, forse un giorno qualcuno, avrebbe messo in ordine i pezzi del puzzle.
Per la gente era come una favola, si vociferava: “la famiglia del tesoro”, ma nessuno sapeva altro, rimase nascosta la parte più importante: il luogo dov’ era nascosto, la consistenza, ma poi, era vero?
Tutto era vago ed in balia della fantasia di ciascuno. Certo si sapeva con certezza che il segreto non era più un segreto nella sua completezza e si conosceva pure come si tramandava. A questo punto un malintenzionato avrebbe potuto far parlare le donne costringendole, magari con la forza.
Margaret e Susan erano le ultime due donne della discendenza ed erano orfane di madre, per cui una delle due sapeva, ma quale delle due? O forse tutte e due?
Mister Douglas conosceva la storia, come tutti del resto, perché era la Storia con la lettera maiuscola, quella della Compagnia delle Indie Orientali e di chi aveva condotto le trattative. Lui, vecchia volpe non aveva ancora messo a fuoco la situazione, ma il suo sesto senso percepiva l’odore del denaro. La discendenza dell’Ammiraglio portava da generazioni un segreto di ricchezza, lo sentiva, era abituato a sordidi pensieri, non rifuggiva da quell’occasione ed indagava.
La tutrice delle due giovani donne era irlandese d’ origine, proprio come Mister Douglas (che l’aspetto fisico non nascondeva certamente). Per strane coincidenze della vita si conoscevano e coltivavano un’amicizia da vecchia data.
Miss Homeles, così si chiamava la tutrice, aveva superato da poco i quarant’anni ed era piacente, di forme e d’aspetto, poco più di metà della sua vita l’aveva trascorsa in Irlanda, era di religione protestante e possedeva un’ottima istruzione. Purtroppo al suo paese, nel piccolo distretto del North Down, aveva avuto un figlio nato da una relazione fra coetanei. Lei, dopo aver lasciato il bimbo ad una famiglia, era partita alla ricerca di un lavoro che potesse far vivere lei e mantenere il figlio.
Aveva peregrinato per l’Irlanda accontentandosi di qualsiasi lavoro, finchè un giorno, leggendo un giornale lasciato da un cliente sul tavolo del pub, aveva trovato la sua sistemazione. Si trattava solo di andare lontano ma da buona irlandese non si era fatta certamente dissuadere per così poco, tanto più che Singapore era all’epoca un autogoverno in seno al Commonwealth.
Mister Douglas dunque, conosceva miss Homeles: quando si vive lontani dalle proprie origini ed in particolare quando le origini sono le stesse, succede. Era evidente che una certa attrazione tra i due c’era, Douglas non eveva ancora cinquant’anni, non aveva mai avuto relazioni serie, sembrava quasi disinteressato, indifferente ad una vita a due. Ora però, sembrava quasi volesse ricuperare il tempo perduto.
Solo che da un po’ di tempo, come si è detto, mister Douglas aveva messo assieme i tasselli di quello strano mosaico, qualche parola sfuggita alla tutrice di casa Raffles e le chiacchiere che circolavano nei vari club del Queenstown. Tirate le somme, si era convinto che valeva la pena di iniziare a fare qualche cosa di concreto, mettere assieme un piano che permettesse la realizzazione del sogno che quasi tutti gli uomini coltivano: la ricchezza!
Così aveva pensato di partecipare a quella crociera che stava per iniziare: una iniziativa alla luce del sole. Un modo pulito per accattivarsi le simpatie delle ragazze e farle parlare. Si sarebbe imbarcato parte del bel mondo dell’isola, famiglie con figli.
Trovò, dopo aver soppesato accuratamente la cerchia delle sue conoscenze, la coppia che ora era in attesa. Convinse miss Homeles, tenendola all’oscuro del suo piano a parlare con il padre, affinché ottenesse il permesso per la vacanza in mare di quindici giorni. Il padre, sempre impegnato con il suo lavoro ne fu addirittura felice, anche per lui sarebbe stata una vacanza, una pausa tranquilla per quindici giorni.
La distinta coppia che attendeva al parco dell’università, a due passi dall’imbarcadero, ove era attraccato lo yacht, in attesa degli imbarchi, si vide comparire davanti quasi improvvisamente il terzetto.
Già si conoscevano, Douglas si era premurato di fare incontrare il gruppo nei giorni precedenti l’imbarco, voleva essere sicuro che non vi fosse anche il benché minimo disaccordo, anzi, doveva regnare la massima cordialità e simpatia, in particolare per quanto concerneva le due ragazze.
Il signor Sam e la signora Day, fecero un breve inchino rivolto in particolare a Margaret e Susan, tutti si strinsero la mano ed il gruppetto assunse l’aspetto di un’allegra famiglia festosa.
S’incamminarono verso l’imbarcadero, un’auto stava scaricando valige e borse che il personale di bordo trasportava nelle cabine riservate alla nostra compagnia. Sul ponte corrispondente alle cabine dei VIP, mister Douglas, con dipinto in volto un sorriso radioso, e salutando con la mano, si precipitò, senza nemmeno servirsi dell’ascensore ma saltando due gradini per volta, sul ponte d’imbarco. Si profuse in saluti e si complimentò con tutti adducendo i motivi più svariati: era veramente felice o perlomeno riusciva magnificamente a sembrarlo.
Susan e Margaret, leggermente arrossate dall’eccitazione, chiesero se era possibile vedere la loro cabina, la signora Day le accontentò subito e con miss Homeles si recarono per scale e corridoi, pure sbagliando percorso, ma giungendo finalmente alle loro cabine. In particolare la cabina delle ragazze era molto bella, ricordava, con il suo arredo, una cabina di capitano di qualche antico veliero, aveva anche una grande vetrata che dava sul mare, al centro della quale faceva bella mostra una polena raffigurante un leone.
Non riuscivano a stare ferme un istante, miss Homeles e la signora Day si davano da fare per trasferire il contenuto delle valige e delle borse nei rispettivi cassettoni ed armadi. Quando le due donne andarono a sistemare le loro cabine le due ragazze, dopo aver saltato sui letti, si addormentarono per la stanchezza dell’eccitazione.
La sera si trovarono tutti attorno allo stesso tavolo per la cena, la sala era uno splendore, degna antagonista della Queen Mary di sua maestà. L’atmosfera era di gran festa, molta gioventù, in gran parte adolescenti, anche se trattenuti dai grandi, facevano chiasso. Una coppia di animatori riuscirono comunque ad attirare l’attenzione e farli stare buoni.
Per quella sera mister Douglas si comportò da vero gentleman, galante con le signore, simpaticamente affettuoso con le ragazze, quasi complice della loro inevitabile esuberanza. Nel frattempo lo yacht iniziò a staccarsi dal molo, si avvertì un leggero fremito ed un rumore di eliche che faticavano a spostare l’enorme peso della barca, poco dopo non si avvertiva più nessun rumore, solo un leggero rollio e beccheggio che conciliavano il sonno, le chiacchiere e le confidenze.
Trascorsero poche ore e la barca fu invasa dal più profondo silenzio, per i corridoi ed i ponti camminavano, senza rumore, i marinai e gli ufficiali di turno, Gli ospiti riposavano nelle loro cabine. Mister Douglas elaborava i suoi piani con la massima cura.
La mattina seguente erano in vista delle isole Anambas, assembramento di piccole isolette ed atolli nel mare cinese. Le isole sono abitate perlopiù da cinesi e malesi che per sopravvivere, oltre a quanto abbondantemente offre la natura, praticano la pesca.
Gli ospiti, i più mattinieri, gia erano lungo le murate ad ammirare il mare con tutte le imbarcazioni intente alla pesca, qualche barca, approfittando di una sosta dello yacht, si avvicinava per vendere, dalle conchiglie ai monili costruiti nei loro villaggi. Gli addetti alla cucina acquistarono il pesce appena pescato.
Miss Homeles, dalla cabina attigua a quella di Susan e Margaret, aspettava da un momento all’altro di sentire gli strilli delle due ragazze, difatti non tardò ad arrivare un gioioso vociare al di là della parete. Si recò per vedere come stavano e per controllare che si vestissero in modo appropriato.
Quando uscirono dalla sala da pranzo e s’inoltrarono sul ponte, rimasero tutte abbagliate dalla stupenda giornata. Si vedeva solo qualche peschereccio, le isole e la barche erano oramai lontane,fuori vista. Il Signori Sam e Day li raggiunsero di lì a poco. Il signor Sam si prodigò a spiegare dov’erano, i gradi di longitudine e latitudine, disse che si dirigevano verso Nord e che per due giorni avrebbero visto solo mare e cielo, Saigon sarebbe stato il primo approdo.
Mister Douglas arrivò quasi di soppiatto in mezzo al gruppo, salutò tutti con entusiasmo e propose quattro tuffi in piscina. Quando, in particolare le ragazze incominciavano a divertirsi in acqua, lui si dileguò adducendo la scusa che doveva fare diverse telefonate per soddisfare alcuni appuntamenti di lavoro. “Mi raccomando”, disse rivolto a tutti,” io sono in castigo a lavorare, voi divertitevi” e sparì.
Erano le dieci del mattino, le inservienti oramai avevano fatto le pulizie nelle cabine, lui avrebbe perciò iniziato il suo vero lavoro.-“Finalmente”- disse fra sè con entusiasmo,-“Ora sì che incomincia il bello”.
Entrò nella sua cabina, si sedette comodamente, come se iniziasse un rito, prese una valigetta da sotto il tavolo, compose un numero ed una sigla sulla serratura e schiacciato un bottone, la valigetta emise un clic, con uno scatto si aprì. Pensò ai film di 007 e disse fra sé “con licenza di ascoltare”!
Il contenuto era su tre piani, diviso da scomparti e, per chi ama l’elettronica, sarebbe stato un immenso piacere mettere le mani su quelle apparecchiature. Era tutto miniaturizzato, dai piu semplici ricetrasmettitori alle cosiddette” pulci,” radiomicrofoni nelle forme e dimensioni più assurde, dal distintivo di un Club ad una spilla o un bottone. Le videocamere erano delle stesse forme e dimensioni. Parabole con microfoni per l’ascolto a distanza.
Insomma, mister Douglas non aveva tralasciato nulla per raggiungere i suoi scopi, la cosa più importante però, era indurre le ragazzine a parlare, ovviamente fra di loro, quando erano sole.
Nel frattempo era necessario preparare le trappole, come un cacciatore di frodo che predispone nei percorsi della lepre i suoi lacci per catturarla.
L’ora era ideale. Uscì guardingo dalla sua cabina, in tasca aveva tutto il necessario e naturalmente il passe par tout, se ne servì dopo aver percorso un lungo corridoio. Era l’ultima cabina, entrò disinvolto ed applicò sotto i faretti, orientati sul cuscino per la lettura, due cimici. Per sicurezza né pose un’altra vicina al divanetto, “Meglio abbondare”- pensò. Uscì, richiuse la porta e se ne tornò alla sua cabina.
Non era ancora mezzogiorno che già si trovava assieme alla nostra compagnia, sdraiato sul bordo della piscina.
Già a pranzo era tentato di portare il discorso dove intendeva lui, ci ripensò e si ricordò che la sera era più indicata, in particolare dopo cena, quando la fantasia degli adolescenti è più vulnerabile e disposta a costruire castelli ed immaginare avventure fantastiche.” Tempo ne ho”-si disse,-” non è il caso di correre, anzi, è molto meglio che io lavori iniziando bene dalle fondamenta”.
Susan e Margaret erano con il gruppo dei giovani, gli animatori erano veramente abili a coinvolgere tutti nelle loro attività ricreative. Margaret che era più grande, dava una mano per far divertire i più piccoli.
Il primo giorno di mare aperto trascorse in fretta, la sera erano tutti stanchi, nella gran sala da pranzo il fermento era coinvolgente, sui tavoli brillava la posateria d’argento ed i calici di cristallo, i piatti bordati in oro zecchino, tutto questo d’obbligo in marina. Mister Douglas sedeva proprio davanti alle ragazze, di fianco aveva miss Homeles, capotavola il signor Sam e di fronte la sua signora. Terminata la cena. tutti discutevano animatamente
Qualcuno dai tavoli vicini parlava di pirateria, affermava che ancor oggi qualche caso avveniva in quei mari, per questo il commissario di bordo aveva in consegna armi e munizioni.
Mister Douglas, nel suo intimo, se non fosse stato che si proponeva azioni riprovevoli, avrebbe gridato al miracolo. Quella discussione ad alta voce che si svolgeva nel vicino tavolo era come annaffiare lo champagne sul caviale. Finse interesse per quel dialogo, tanto da far interessare tutta la sua tavolata, non era certamente educativo, specialmente per Susan e Margaret ascoltare, ma lui avrebbe fatto le capriole per la gioia.
-“Si racconta”, proseguiva il signore del tavolo vicino,”che nei secoli scorsi, i pirati che depredavano i galeoni spagnoli e più tardi le navi inglesi, siano riusciti ad accumulare tesori immensi, in particolare attorno a noi, fra l’oceano Indiano ed il Pacifico, in tutta l’Indonesia, la Malesia, le isole Filippine, dopo le sortite si nascondevano con facilità nelle mille isole che formano questa parte di mondo”.
L’uomo che raccontava questi fatti, si rese conto che tutta la tavolata dei suoi vicini oltre alla sua, prestava ascolto al suo racconto. Si alzò e si presentò: -“Mi chiamo Miguel, di origine spagnola, ex comandante di macchina in pensione”- e continuò: “dovrei aggiungere che sono direttamente interessato al racconto, viste le mie origini. Certo che, anche i miei connazionali di allora, l’oro non se lo procurarono onestamente”.- Questo lo disse tutto d’un fiato, era simpatico ed aveva un modo di fare accattivante.
Douglas guardò le ragazze e le vide attente e tutte prese ad osservare quel vecchio signore che poteva essere il loro nonno. Si, quel signore sembrava trovarsi là al posto giusto nel momento giusto.
Il senor Miguel, vide che tutti gli sorridevano, girò di novanta gradi la sua sedia per trovarsi al centro dei commensali, guardandosi attorno continuò il suo discordo farcito di corsari, pirati, galeoni e tesori.
Mister Douglas tentò una prima bordata dicendo –“Chissà quanti tesori nascondono i nostri mari, peccato per tanta ricchezza inutilizzata”. “Eh si”- disse il senor Miguel – “ci sono gruppi di persone che con attrezzature scandagliano il fondo del mare e con i metaldetector, pure le coste passano al setaccio”.
Douglas pensò che per quella sera, senza suo merito, molto era stato fatto, tanto era stato seminato nelle testoline delle due ragazzine. La loro fantasia doveva essere stata innescata, era quasi certo che il registratore in camera sua, sempre in funzione quando loro erano in cabina, gli avrebbe riservato piacevoli emozioni e sorprese. Miss Homeles intervenne dicendo che Susan e Margaret potevano andare con il loro gruppo di giovani. Quando si furono allontanate affermò a Sam e Day che gli argomenti trattati nella discussione potevano turbare la loro fantasia. Douglas ascoltò, ed una volta di più comprese che lei sapeva!
Poco dopo Douglas disse alla compagnia che, come il solito doveva ritirarsi per dedicare un po’ di tempo al lavoro, voleva precedere tutti per non dare nemmeno il minimo sospetto.
“ Meglio di così non mi poteva capitare”, pensava, la sua gioia era grande, non gli passava minimamente per la testa che stesse commettendo un’ azione riprovevole. Si dava mille giustificazioni se, per caso qualche pensierino di sfuggita lo coglieva. Si diceva: ma che ci sta a fare tanta ricchezza nascosta in un buco, magari in cantina o sepolta chissà dove. In effetti, tanto senso non aveva tutta la storia, molte cose si potevano fare con quell’ingente ricchezza, ma non era detto che le cose stessero proprio così, come sembrava a lui e lui anche a questo pensava, alle incognite! In ogni caso per un bel malloppo si poteva anche rischiare.
Come entrò nella sua cabina non seppe resistere e controllò subito il registratore, ad un certo punto della bobina sentì una voce femminile che canticchiava, i rumori affrettati di passi, l’aprirsi di un oblò e dopo pochi minuti il richiudersi, infine l’uscio che si richiudeva con due mandate di chiave. Era certamente la cameriera che si era prodigata per rimettere in ordine la cabina. Nessun rumore o parola che potesse indicare la presenza delle ragazzine. Si era immaginato quel che avrebbe sentito ascoltando la registrazione.
Non trascorse molto tempo, sentì un chiacchierio nel corridoio, erano loro e sarebbero entrate nella cabina. Infatti le cimici disseminate nei punti strategici della cabina iniziarono a trasmettere parole, frizzi e risatine allegre. Douglas un po’ si vergognò di se stesso, per quello che stava facendo, ma la posta in gioco era un tesoro, si disse, e ben valeva anche ridursi ad essere uno spione di ragazzine.
Che delusione, nemmeno un accenno a segreti messaggi di ricchezze nascoste. Si consolò ricordandosi che era poi, soltanto la seconda notte di crociera.

Capitolo III


 
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