Il tesoro di Singapore - Capitolo IV
Sullo yacht. Cani e pirati.
Arrivarono a Saigon esattamente nel tempo preannunciato dal signor Sam.
Sam aveva molti interessi ed una culturaccia da far invidia. Un giorno ebbe
a dire che da maggiordomo, dovendo servire un solo signore, aveva avuto molto
tempo libero, tempo che lui trascorreva in biblioteca, formandosi culturalmente
in modo poliedrico. Miss Homeles era molto soddisfatta, perché le
risposte appropriate da dare alle ragazze, se non le conosceva lei, aveva
un valido supporto nel signor Sam. La Signora Day era ovviamente orgogliosa
di un marito tanto apprezzato.
Saigon non è precisamente sul mare ma un canale navigabile collega
questa città al mare. Lo yacht giunse al porto di Cholon e si infilò nel
canale, tutti i passeggeri occupavano i ponti ed erano affacciati curiosi
ad osservare l’intensa attività sul fiume Saigon. Tutto questo
stava spiegando Sam al nostro gruppetto di croceristi. Diceva che prima veniva
il fiume Saigon, poi la città omonima capitale del Vietnam del Sud.
Susan e Margaret erano occupate a guardare il traffico di chiatte che trasportavano
prodotti agricoli agli stabilimenti di trasformazione lungo il canale, erano
chiatte cariche di riso, canne da zucchero, balle di foglie di tabacco, caffè e
tanti altri prodotti. Se non ci fosse stato Sam a dare un po’ di colore
all’ambiente circostante, loro si sarebbero annoiate.
La barca procedeva lentamente perché il traffico era intenso, ad un
certo momento, dalla sponda del canale arrivò uno strano frastuono,
grida d’ uomini ed abbaiare e latrare di molti cani. La sponda era
vicina, tanto da permettere di vedere agevolmente ciò che succedeva.
I cani, chissà come, erano usciti dalle gabbie e dai recinti in cui erano
trattenuti, fuggivano a gruppi prendendo diverse direzioni, qualcuno si buttò in
acqua tentando di raggiungere qualche imbarcazione. Molte barche si fermarono
per osservare quel che sarebbe successo o per agevolare la salita di un cane
nella propria imbarcazione.
Sam attorniato dal nostro gruppo, spiegò che quei cani erano destinati
a molti ristoranti, per essere macellati e serviti alla clientela. Susan e Margaret
fecero una smorfia di disgusto, dissero che loro amavano i cani e mai ne avrebbero
mangiato. Nel frattempo un cagnolino arrivò nuotando nelle vicinanza dello
Yacht, un marinaio cinese calò una specie di cestino affinché ci
salisse sopra, la povera bestiola si aggrappò a quella che era la sua
salvezza e fu issato a bordo. Il marinaio cinese emise una risatina di soddisfazione
e, come disse qualcuno, corse in cucina.
La cosa non finì così, Susan e Margaret si fecero accompagnare
dal signor Sam in cucina, cercarono il marinaio cinese con il cane, trovatolo,
gli proposero una ricompensa di dieci dollari di Singapore se allo sbarco, a
crociera ultimata, glielo avesse consegnato. Il marinaio ovviamente acconsentì e
le assicurò che lo avrebbe trattato molto bene e fatto ingrassare per
quella data. Certamente quel marinaio aveva un chiodo fisso, ma per loro andava
bene così.
Si fermarono due giorni, visitando tutto ciò che poteva essere per loro
cultura e divertimento, Sam insisté per una puntatina di un giorno in
Cambogia, attraversarono immense foreste di alberi della gomma e pianure dove
il riso cresceva rigoglioso, giunsero alla capitale Phnom Penh dove visitarono
i maestosi templi, la pagoda con la cupola d’argento, il palazzo reale.
I giorni trascorrevano carichi di nuove emozioni ed esperienze, mister Douglas
incominciava ad essere nervoso, non riusciva ad intravedere nessuna possibilità per
realizzare quanto si era ripromesso, d’altra parte non poteva parlare sempre
di pirati o tesori nascosti.
Hong Kong era la loro attuale meta, ci sarebbero voluti almeno tre giorni di
navigazione in mare aperto, mister Sam disse che sarebbero passati nel mezzo
delle isole Paracel, un gruppo di una decina di bellissime isolette. Purtroppo
il clima monsonico si presentò in quei giorni in toni piuttosto pesanti,
piogge continue e caldo da sembrare immersi nel piombo fuso, per i nostri passeggeri
furono giorni difficili, molto tempo i nostri croceristi lo passarono nelle proprie
cabine o nei saloni con l’aria condizionata.
Mister Douglas ascoltava direttamente le conversazioni delle ragazze attraverso
le registrazioni.
Una sera, mentre tutti gli ospiti stavano cenando, la barca si fermò,
si erano lasciati alle spalle da poco tempo le isole Paracel. A molti ospiti
la cosa parve insolita, qualcuno, da una vetrata vide un peschereccio fermo che
affiancava lo Yacht, se altri avessero osservato dall’altro lato avrebbero
visto due gommoni con uomini che si arrampicavano su corde lanciate da bordo.Un
uomo, in parte nascosto da un telone nel peschereccio, imbracciava un bazuca
tenendolo puntato sulla cabina del ponte di comando. Tutto si svolse con precisione
e calma, uomini del commando dei pirati sicuramente erano a bordo fin dalla partenza
da Singapore, erano marinai meccanici di macchina ed altri inservienti. Alla
fine si poté ricostruire in ogni dettaglio l’agguato, nel frattempo
le cose si svolgevano secondo un piano studiato nei minimi dettagli.
I croceristi videro apparire da tutte le porte della sala da pranzo uomini che
nemmeno tentavano di nascondere i loro volti, erano malesi e cinesi, questo era
facilmente individuabile, avevano giacche bianche come i camerieri così era
quasi impossibile distinguerli dal personale. Passarono tavolo per tavolo minacciosi
e sempre in coppia, facendosi dare i portafogli e gli orologi dagli uomini, mentre
le donne erano private di tutti i gioielli e le borsette.
Gli ultimi due grassatori, con capienti borse, tolsero dai tavoli tutta l’argenteria.
La cabina di comando era sotto il tiro del bazuca, altri quattro uomini tenevano
a bada gli ufficiali affinché non comunicassero con l’esterno. Il
capitano dovette annunciare con gli altoparlanti che nessuno opponesse resistenza
o tentasse di comunicare con la terraferma, una bomba ad orologeria era stata
piazzata nella sala macchine e sarebbe esplosa con gli stessi impulsi radio in
partenza dai telefonini.
Mister Douglas rassicurò, assieme al signor Sam, le ragazze e le signore- “dobbiamo
dare tutto quello che vogliono e non opporre la benché minima resistenza
o rifiuto”- disse. Rivolto poi a miss Homeles, continuò –“accenda
la telecamera di Susan che è dinanzi a lei e la posi sulla mensola dietro,
non serve nemmeno che si alzi, mi raccomando rivolta al salone”.
Quando i due pirati giunsero al loro tavolo, dissero: “fate come hanno
fatto gli altri, svelti”, uno dei due guardò verso la mensola dove,
oltre alla telecamera, c’erano tovaglioli e calici per lo spumante. Miss
Homeles, per far distogliere l’attenzione dalla mensola, iniziò a
sbraitare dicendo che mai avrebbe dato la collana che aveva al collo. L’uomo
distolse lo sguardo dalla mensola e con un sol colpo gli strappo la collana,
senza nemmeno dire una parola passarono oltre.
Due uomini, dei quattro sul ponte di comando, prelevarono il commissario di bordo
ed andarono nel suo ufficio, gli intimarono di aprire la cassaforte. Il commissario
tergiversò dicendo che lui aveva una sola chiave mentre ne servivano due,
poi disse che non ricordava la combinazione e questo poteva anche essere vero,- “ la
paura fa brutti scherzi” – disse uno dei due ed aggiunse – “mettiti
calmo ed apri, non raccontare storie”.
Avevano fretta. –“avete finito con il commissario?”- disse
una voce da una radiolina.- “ci siamo quasi”- risposero e preso un
pugnaletto malese dalla tasca, senza aggiungere parola, uno dei due tagliò di
netto un dito della mano sinistra del commissario, si accingeva a tagliare il
secondo dito ma l’ufficiale aprì precipitosamente la cassaforte
urlando dal dolore.
Il commissario fu scortato nuovamente di sopra con gli altri.
Gli altoparlanti annunciarono che tutto era ultimato, se qualcuno avesse tentato
anche la minima reazione, sarebbe stato ucciso. Nessuno, almeno per un’ora
dopo la loro partenza, doveva comunicare con l’esterno, apparecchiature
erano in grado di controllare e la bomba ad orologeria sarebbe scoppiata. Solo
dopo questo termine di tempo, avrebbero comunicato al capitano il luogo dove
la bomba era nascosta, poteva essere rimossa e buttata a mare.
Purtroppo la cosa non finì così facilmente, i pirati si accorsero
che mancava uno di loro. Intimarono di cercare l’uomo in tutte le cabine
e di restituirlo entro dieci minuti.
Marinai, ufficiali, passeggeri, iniziarono ad entrare in tutte le cabine, avevano
le porte sfondate e fu semplice guardarci dentro. Uno degli sgabuzzini degli
attrezzi era chiuso. Apertolo si trovò un uomo legato ed imbavagliato.
L’uomo, un malese piccolo e tozzo, con una fascia rossa attorno alla testa,
non vedendo nessuno dei suoi e credendo che lo volessero linciare, appena slegato,
estrasse un pugnaletto malese, un kriss e menò un colpo mortale al marinaio
che l’aveva slegato. Tutti rimasero atterriti da quella scena, l’uomo
ne approfittò e corse sul ponte, si butto in mare raggiungendo a nuoto
il peschereccio.
Il peschereccio partì dopo aver issato i gommoni a bordo, ed averli nascosti
sotto i teloni. Si diressero verso le isole da poco doppiate, nel giro di un’ora
sarebbero stati al sicuro, in mezzo a quel groviglio di insenature e scogli.
Tutti, ma il capitano in particolare, erano preoccupati per la bomba nascosta
in sala macchine. Furono organizzate squadre che iniziarono a setacciare ogni
angolo dello yacht, i tre ponti e le stive non furono facili da controllare.
Anche se la bomba era annunciata nella sala macchine, non era cattiva idea darsi
da fare a cercare ovunque.
L’infermeria di bordo ebbe il suo daffare, molti i feriti che dovevano
ricorrere al medico, qualche caso di isterismo dovuto dalla paura, da parte di
qualche signora.
Il commissario di bordo, con la mano legata al collo e mancante del mignolo,
iniziò a ricevere le persone per stilare un elenco del furto subito, chi
era assicurato sarebbe stato risarcito. La cassaforte di bordo lo era. Tutto
sommato, a parte il marinaio morto, era un’avventura che sembrava uscita
da un sogno.
Trascorsa l’ora intimata dai pirati, giunse una telefonata che tranquillizzava
tutti. Nessuna bomba era stata piazzata a bordo. Assieme a queste notizie giunsero
pure i ringraziamenti per la gentile collaborazione, così si espresse
chi telefonava.
Le varie guardie costiere furono immediatamente avvertite, ma tanto, tutti sapevano
che nulla sarebbe successo ed i pirati l’avrebbero fatta franca. Per l’assicurazione
però, era indispensabile la denuncia.
Mister Douglas partecipò al convegno che si tenne in un salone dello yacht,
bisognava decidere se continuare la crociera o rientrare a Singapore. Alla fine
dopo pareri contrastanti decisero di saltare la tappa di Hong Kong e proseguire
la rotta direttamente per Taiwan.
Un idrovolante della guardia costiera raggiunse lo yacht e si portò via
il marinaio morto, nessuna indagine venne eseguita sul momento, la barca era
fuori dalle acque territoriali.
Due elicotteri dalla vicina Cina, si misero a perlustrare le isole Paracel, era
come cercare un ago in un pagliaio. I militari ricordarono che queste incursioni
piratesche avvenivano di frequente.
Quella notte pochi dormirono, capannelli di persone rimasero alzate tutta la
notte a discutere ed a trasmettere gli uni gli altri le sensazioni, le paure
provate. Molti per fortuna solo ora, dopo quanto accaduto, si pentirono di non
aver reagito. L’unico che si era dato da fare era stato l’istruttore
di nuoto.
Raccontò che si era trovato a tu per tu con quel malese che, dopo aver
dato una spallata alla porta della sua cabina, proprio mentre lui l’apriva,
questo, aveva fatto un gran volo planando sul pavimento. Omise comunque di dire
che il malcapitato aveva battuto la testa, per cui fu facile per l’istruttore,
legarlo, imbavagliarlo e metterlo nello sgabuzzino attrezzi.
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